Recensione Sàmara

Massimo D'Orzi ci porta in viaggio verso Sàmara, meta ultima della realizzazione artistica

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Geografica meta ideale ma soprattutto recondito spazio dell'anima, Sàmara è il luogo dove il sogno può diventare realtà, la proiezione esistenza. Ma è anche il miraggio di espressione ultima dell'artista (attore, ballerino, mago o musicista). Ed è proprio sulla scia di questo ‘miraggio' che Massimo D'orzi (regista dei due documentari Adisa o la storia dei mille anni e Ombre di luce) realizza il suo primo lungometraggio di finzione, dal titolo, appunto, Sàmara, ovvero immaginario punto d'arrivo di un cammino interiore e percorso di formazione che porterà il protagonista Luis (Filippo Trojano) a incamminarsi (e poi attraversare) il bosco dei propri sogni e delle proprie paure, sostenuto da quella forza artistica che sempre spinge verso la sospirata ‘messa in scena'. Scenicamente e attorialmente costruito su un impianto sensibilmente teatrale, Sàmara è un vagare indistinto nella nebbia delle pulsioni umane, percorrendo i mille sentieri e incrociando le mille storie di una stessa vita. Astratta e confusa come il vagare stesso della mente, l'opera prima di D'Orzi è il viaggio intimista verso le luci della realizzazione e negli inferi della propria insoddisfazione, inadeguatezza, frustrazione, ma è anche l'eterna diatriba tra l'istinto e la razionalità, tra il senso di lealtà orientale e la ‘furbizia' occidentale.

Sognando Sàmara

Luis, saltimbanco in piena crisi artistica, decide di intraprendere un viaggio verso Sàmara, città ideale dove la realizzazione di un artista sembra essere sicura e a portata di mano. Ma nell'attraversare il fitto bosco che lo separa dalla sospirata meta, Luis s'imbatterà in una serie di individui che in un modo o nell'altro ostacoleranno il raggiungimento del suo fine. Dalla poetessa persiana che parla una lingua indecifrabile, passando per un misterioso mago e un gruppo di ninfe o meretrici dal potere ipnotico, Luis farà infine la conoscenza della ballerina Rosita (Federica Pulvirenti) e del piccolo Morito (Denis Bejzaku). Saranno proprio questi ultimi a instillare in Luis i dubbi più pressanti sulla possibilità di abbandonare il suo viaggio e cedere infine alle lusinghe di un traguardo umano (lo stato di famiglia) che sembra essere, a suo modo, autoconclusivo. Ma spesso la forza del sogno è più forte di una sognante realtà e dunque Luis proseguirà il suo viaggio fino alla fine, raggiungendo una Sàmara che in effetti gli apparirà molto diversa da come se la immaginava.

Massimo D'Orzi realizza con Sàmara un film sulla ricerca che è esso stesso ricerca, chiuso in una struttura circolare che rispecchia il ripetersi della vita nel suo continuo cercare la meta e fermarsi in quegli spazi che sembrano rappresentarla. Ma lo spazio che ci separa dai nostri sogni è un bosco infestato di paure e fantasie che hanno la capacità di circuire e irretire (come la poetessa, il mago o le ninfe) il singolo individuo, smorzandone la determinazione ultima. Nella mescolanza di realtà e fantasia D'Orzi tenta di tracciare le linee di un percorso ad ostacoli che aspira a chiudersi con una maggiore presa di coscienza dell'uomo artista e dell'uomo in generale, condizionato nel suo peregrinare dal richiamo degli affetti e dal trainante senso di famiglia. Una buona idea che si perde in un'estrema rarefazione narrativa che cerca la sua forza nella trama musicale e nei dialoghi, mai troppo significativi e, anzi, talvolta fin troppo aleatori o prosaici ("se non stai con me il tuo flauto non suonerà mai", dice Rosita a Luis per convincerlo a restare). E anche l'allusione a una realtà che si materializza nella fantasia, o viceversa, e si fonde nella poesia, non trova mai lo spazio (neanche nell'epilogo) per spogliare il film della sua veste onirica e riportarlo a un adeguato livello di fruibilità.


Sàmara Molto teatrale e troppo interiore per suscitare la compartecipazione dello spettatore, Sàmara (primo lungometraggio di finzione per il regista Massimo D’Orzi) rappresenta la tensione stessa dello stare al mondo, stretti tra un senso inafferrabile di realizzazione e il compimento più tangibile che si ottiene tramite gli affetti, o i legami che nel corso della vita (un po’ distesa sabbiosa e molto selva oscura) si stringono. Poetico e profondo negli intenti, Sàmara è però troppo succube della sua stessa rarefazione narrativa e di un dialogare troppo ‘impostato’ e prosaico che privano il film di un contatto significativo con lo spettatore.

5.5

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