Torino 2012

Recensione Robot & Frank

Esilarante, irriverente, ricchissimo!

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Arriva a Torino uno dei film più esilaranti ed irriverenti del festival: Robot & Frank è nato dalla penna di Christopher D. Ford e dalla regia di Jake Schreier, e se questi nomi forse non vi diranno niente, basti allora elencare il cast stellare: Frank Langella (in forma strepitosa), James Marsden, Liv Tyler, Susan Sarandon, Peter Sarsagaard. E’ proprio quest’ultimo a dare la voce al robot, main character del film, le cui movenze sono opera di Rachael Ma. Ma chi è questo robot e quale scompiglio ha portato nel film?

Siamo in un futuro prossimo. Hunter (James Marsden) è preoccupato per il padre Frank (Frank Langella), ormai anziano, con gravi crisi di memoria e necessità di assistenza. Decide perciò di affiancargli un robot-maggiordomo (Rachael Ma, Peter Sarsagaard), tanto avanzato da sembrare una persona vera e vivente. Burbero e testardo, Frank è inizialmente infastidito dal robot, per quanto utile: gli programma la vita, lo mette a dieta, lo costringe ad occuparsi del giardino e altre ‘rotture’ che all’inacidito Frank, un tempo ladro di gioielli professionista, ora in “pensione”, proprio non vanno.

AUTODISTRUZIONE

Ma a furia di stare insieme, tuttavia, si crea presto un legame di affetto. Intanto, il mondo attorno a Frank si fa sempre più strano, va in direzione di quello che nel film è chiamato il “lavoro robotizzato”. La biblioteca, il cui commesso principale è un robot (Dana Morgan), è in fase di smantellamento: un rampollo dell’alta società con la puzza sotto il naso (Jeremy Strong) la sta trasformando da luogo di cultura a semplice luogo-agorà, senza più alcun libro. I libri fisici vengono smaltiti, ad eccezione di alcuni testi antichi: uno di questi è il Don Quixote di Miguel de Cervantes, conservato come un reperto archeologico. Nel suo piano per trafugare il libro, Frank verrà aiutato anche dal robot, che si dimostra talentuoso grazie alle sue capacità e più trasgressivo di quanto non sembrasse. In breve, da lì il passo successivo è derubare il rampollo-fighetto e la sua deliziosa mogliettina di tutto il loro carico di plurimilionaria gioielleria. Frank e il robot, che in tutto il film non avrà mai un nome, vivranno insieme questa lunga avventura, in parte comica in parte malinconica, ma molto coinvolgente. E diventeranno presto dei fuorilegge.

UNA COMMEDIA INTRIGANTE

Il registro scelto, quello della commedia, funziona benissimo e piega il pubblico dalle risate in ogni momento. Le opportunità di sfruttare la dinamitarda coppia del vecchio scontroso e del robot solerte è sfruttata fino all’ultima goccia. Sembra che il film accenni una vaghissima distopia, ma è solo una fugace impressione: in realtà, uno degli aspetti interessanti della storia è come lo sceneggiatore soppesi politicamente le diverse sfaccettature della società. C’è una corrente (riassunta simbolicamente da Hunter) che è a favore dei robot, della tecnologia e della realtà esponenziale, ce n’è un’altra, esemplificata dalla sorella Madison (Liv Tyler) totalmente contraria ai robot, sempre impegnata in missioni umanitarie e in qualche lotta “contro mulini al vento”, come un Don Quixote contemporaneo. A metà tra questi due poli c’è l’oscillante Frank, che coniuga lo scetticismo iniziale con un successivo affetto quasi commovente, a farci riflettere sull’umanità e sulla natura sociale dell’essere umano, sul cercare un appoggio, non importa se uomo, animale o robot. Il film, tra una risata e l’altra, tra le sue gag e la sua ironia, si fa silenzioso portatore di messaggi tutt’altro che scontati. E anche se all’apparenza può sembrare un film leggero sullo stesso piano di Paul (G. Mottola, 2011) e Ted (S. MacFarlane, 2012), e la sua comicità sembrerebbe confermarlo, in realtà questo lungometraggio sonda e capta gli spigoli silenti e dolorosi della vecchiaia, dell’isolamento senile e della solitudine. Sembra essere l’epitaffio avventuroso di Frank, che vende al robot l’idea del furto come un modo per stimolargli la mente e tenere allenata la memoria. Il film non ricorre però a momenti sdolcinati (non eccessivi, almeno) o retorici, resta saldamente ancorato al terreno, le uniche due scene leggermente più commoventi sono ben mitigate e stemperate, senza entrare nel melodramma e nel già visto. Scatta però un’inevitabile riflessione amara da parte dello spettatore, portato per sua natura a identificarsi in questo caso con il robot e a simpatizzare con lui, per poi cogliere tutte le contraddizioni del caso e ricordare che sembra umano, ma è solo una macchina. Ancor più accentuato dal robot stesso che, nel corso del film, quasi denigrandosi, ribadisce più volte esplicitamente che sembra umano ma è solo un’ottima simulazione. E se fino a certi ingredienti e fino a una certa lunghezza il film poteva sembrare semplicemente una piacevole e vivace commedia, sospesa sulle funi della faccia sorridente del caper movie, nel secondo tempo si concentrano quegli elementi che rendono il film più acuto e amaro di quanto non si pensasse. Fino alla nostalgica, triste scena finale, fuori corda rispetto al registro commediale eppure ottimo proseguimento della curva empatica del film.

Robot & Frank In sostanza un film consigliato, adatto a un pubblico eterogeneo, che non può non farsi apprezzare. Qua a Torino lo abbiamo guardato con le lacrime agli occhi dalle risate e siamo usciti dalla sala con un mezzo sorriso dipinto in volto. Forse non ha la consistenza di Imogene né la varietà di Ruby Sparks, ma è di sicuro una delle commedie elettrizzanti di questo festival, e merita di essere vista in sala.

7

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