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Recensione Ritorno a L'Avana

Dopo l’esperienza di Foxfire - Ragazze cattive, Laurent Cantet torna ad assumere il ruolo di alfiere del 'cinema di parola'

recensione Ritorno a L'Avana
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Nel 2008 con il suo film più acclamato, La classe - Entre les murs (Palma d’Oro al Festival di Cannes), il regista e sceneggiatore Laurent Cantet contribuiva a riportare in auge un’idea di cinéma vérité, dal taglio quasi documentaristico, in cui la macchina da presa si proponeva come il veicolo per restituire “in presa diretta” l’essenza di una realtà collettiva e variegata, adoperando il minor numero possibile di “filtri”. Dopo l’esperienza di Foxfire - Ragazze cattive, trasposizione del romanzo di Joyce Carol Oates, Cantet torna ad assumere il ruolo di alfiere di un “cinema di parola” che in Ritorno a L’Avana, ancor più che ne La classe, pone in evidenza la propria natura marcatamente teatrale, anche in virtù della collaborazione, in fase di sceneggiatura, dello scrittore cubano Leonardo Padura Fuentes. Girato a L’Avana, il film di Cantet è stato presentato alla 71° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, ottenendo il premio per la sezione “Giornate degli Autori” (benché sarebbe stata probabilmente più opportuna una collocazione in concorso).

Quel che resta del giorno

Aderendo in parte alle convenzioni di una pièce teatrale (e prendendo spunto da un preciso romanzo di Padura, Le palmiere et l’étoile), Ritorno a L’Avana si sviluppa interamente in un luogo e in un tempo circoscritti: un pomeriggio e una serata che cinque amici, quattro uomini e una donna, tutti cubani di età compresa fra i cinquanta e i sessant’anni, trascorrono sulla terrazza dell’abitazione di uno di loro, Aldo (Pedro Julio Díaz Ferran), mentre in sottofondo risuonano i rumori e le voci di una città pulsante che si avvia a consumare le ultime ore della giornata. A costituire l’occasione per questo incontro è il “ritorno a Itaca” (il titolo originale, non a caso, è l’evocativo Retour à Ithaque) di Amadeo (Néstor Jiménez), ex drammaturgo ormai privo d’ispirazione che sedici anni prima si era trasferito in Spagna, abbandonando la moglie malata di cancro, e ora per la prima volta ha rimesso piede sul suolo cubano. Fra whisky, cibo e vecchi dischi in grado di riportarli all’epoca della loro gioventù, inclusa una malinconica danza al ritmo di California Dreamin’ dei Mamas & the Papas, i cinque protagonisti avranno modo di riabbracciarsi, di mettere a confronto i rispettivi percorsi umani, ma anche - e soprattutto - di dar fiato ad antichi risentimenti rimasti troppo a lungo inespressi, e destinati ad esplodere nel corso di una serata in cui non mancheranno picchi di tensione e diverbi incandescenti quanto liberatori.

Il funerale di un'utopia

Ritorno a L’Avana si rifà dunque all’intramontabile modello de Il grande freddo, il capolavoro di Lawrence Kasdan del 1983 (benché Cantet abbia rivelato di non aver mai visto il film in questione), sommando però all’inevitabile nostalgia dei suoi personaggi anche la profonda amarezza di una generazione che avverte di aver tradito tutti i propri ideali, o di essere stata costretta a scendere a compromessi con una società - la Cuba del regime castrista - responsabile di aver soffocato le libertà individuali in virtù di un’ottusa obbedienza a determinati dettami ideologici. Ad un bilancio esistenziale costellato di sofferenze e di rimpianti, perfino per chi - come l’integerrima Tania (Isabel Santos) - ha sempre cercato di tenere fede ai suoi principi morali, si aggiunge pertanto una disincantata riflessione su quella Cuba bollata spesso, troppo sbrigativamente, come “isola felice” del socialismo occidentale, ma che nel corso del cosiddetto “periodo speciale” ha assistito alla drammatica decadenza di quell’utopia che non si è mai realizzata del tutto, mostrando al contrario ineluttabili crepe e lati oscuri. Aspetti che il film di Cantet passa in rassegna con uno sguardo severo ma al contempo partecipe, identificandosi di volta in volta nel punto di vista dell’uno o dell’altro personaggio, in un’alternanza di campi e controcampi che asseconda con grande efficacia i trasporti emotivi e i durissimi “faccia a faccia” in direzione di un’auspicata, rinnovata fraternità.

Ritorno a L'Avana Coinvolgente inno all’amicizia, ma anche dolorosa indagine sul fallimento dell’utopia di un’intera generazione vittima (e complice?) delle contraddizioni della storia cubana, Ritorno a L’Avana è un’opera in cui la dimensione privata e quella socio-politica si intersecano in maniera inestricabile. Un film fortemente immerso nella realtà di un popolo impegnato a riflettere sul proprio passato, ma che allo stesso tempo dimostra di possedere una valenza ‘universale’ in grado di conferirgli ulteriori livelli di fruizione e di lettura. L’ennesimo esempio del talento di un autore di massimo rilievo del cinema europeo quale Laurent Cantet.

7.5

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