Lucca 2012

Recensione Red Lights

Red Lights: ovvero i piccoli segni che smascherano il fallimento di un'esibizione.

recensione Red Lights
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Fenomeni paranormali. Due parole che dette a voce alta possono generare lunghissime ore di accurata e sicuramente interessante discussione sulla loro vera, presunta o assolutamente negata esistenza. Ma alla fine ci si ritroverebbe solo con le corde vocali un po' più consumate del solito e ancora nessuna certezza, se non quella dettata dalle proprie credenze, a riguardo. Persino la scienza ci si scontra continuamente, ammassando tesi su tesi che dimostrano la validità di punti di vista favorevoli o contrari all'esistenza dei ESP (Extra-sensory Perception). Il cinema spesso decide di schierarsi da una o dall'altra parte, a seconda di quale possa riscuotere maggiore successo di pubblico. E poi ci sono quelli come Rodrigo Cortès che scelgono di rimanere osservatori del dibattito che avviene sullo schermo, in questo caso nel 113 minuti che compongono la discussione cinematografica di Red Lights, terzo lungometraggio del regista portato alla popolarità internazionale con il claustrofobico Buried. Riuscirà questo lavoro a creare lo stesso magnetico impatto?

E se non fosse un’illusione?

Margaret Matheson (Sigourney Weaver) è una delle più famose investigatrici a livello internazionale di fenomeni paranormali. Insieme al suo collaboratore, il dottor Tom Buckley (Cillian Murphy), nel corso degli anni ha smascherato decine di falsi lettori del pensiero, medium, guaritori e cacciatori di fantasmi, rintracciando nelle loro "interpretazioni" quelli che il suo studio chiama red lights, ovvero i piccoli indizi, invisibili ai più, che rilevano l'inganno che si nasconde dietro tutti questi presunti eventi sovrannaturali. Non si ferma davanti a nulla e nessuno, tranne forse quando si tratta di Simon Silver (Robert De Niro), leggendario sensitivo sparito dalle scene trent'anni prima e misteriosamente tornato in città. Tom è deciso a smascherare il suo gioco, ma Margaret vorrebbe tenersi lontana da lui il più possibile. Mentre il suo assistente avvia una vorace indagine aiutato dalla studentessa Sally (Elizabeth Olsen), particolari del passato tra la dottoressa Matheson e Silver vengono fuori, componendo un enorme puzzle che, forse, riuscirà a risolvere l'enigma finale: Simon Silver è un vero sensitivo o solo un bravo interprete del trucco perfetto?

Nascondere l’evidente

Rodrigo Cortès ha sempre dimostrato uno spiccato interesse nello studio e l'interpretazione dei comportamenti legati alla sfera più emotiva dell'essere umano. Come uno scienziato si avvicina alle reazioni più istintive, quelle più lontane dalla razionalità controllata, cercando di catturare con la sua macchina da presa quelle sfumature che spesso l'occhio umano si dimentica di memorizzare. Con Red Lights il regista ha finalmente a sua disposizione il budget e la visibilità tipiche della produzione americana e cerca così di oltrepassare i confini della comunicazione puntando i riflettori verso il dubbio emicranico che affligge l'umanità da sempre: esiste la vita dopo la morte? C'è modo di mettersi in contatto con i propri defunti? È giusto credere ai miracoli? Insomma... esiste qualcosa che vada oltre le comuni percezioni sensoriali? Una base davvero molto interessante quella usata da Cortès per la sua nuova sceneggiatura che, seppur già sviscerata ampiamente da ogni media conosciuto, riscuote sempre un certo successo. Avvalendosi di personaggi prettamente scientifici, scettici per professione e di cui, quindi, è più facile fidarsi, la pellicola si muove in un intricato labirinto di supposizioni, cambiamenti di prospettiva e indagini psico-emotive. Un percorso affascinante e intrigante soprattutto nella prima parte del film, quando la bravura di Sigourney Weaver riesce a catalizzare l'attenzione dello spettatore nascondendo le pecche stilistiche e i gap che sussultano alla base dello script. Man mano che si procede con la narrazione, amplificando le emozioni dei protagonisti e serrando i tempi, il tutto subisce una scorbutica inflessione diegetica. I discorsi si fanno più sommari, i luoghi comuni più ampi, le interpretazioni più esagerate e quasi macchiettistiche. Persino un attore notoriamente ottimo come Rodert De Niro rimane vittima di una costruzione registica che preme troppo l'acceleratore sul carisma di un personaggio pompato oltre le sue possibilità, che negli scontri verbali e paramentali con Cillian Murphy diviene quasi una caricatura della sua idea iniziale. E a questo punto nemmeno una fotografia piacevolmente saturata dal freddo e una colonna sonora abituata a enfatizzare le immagini riescono a nascondere l'evidente sensazione che qualcosa, in Red Lights, non sta andando esattamente nella giusta direzione e che il puzzle si sta sgretolando proprio davanti agli occhi di uno spettatore che, ora che il gioco gli è stato svelato, sa esattamente dove guardare. Il trucco dell'illusione scenica è distrutto e la finzione scenica si dissolve a favore di una più scettica incredulità.

Red Lights È un peccato che tutto il furore che Rodrigo Cortès aveva costruito attorno alle sue capacità di sceneggiatore e regista con Buried si siano così inaspettatamente raffreddate con Red Lights. A quanto pare a Hollywood le idee spesso non bastano e tutto si costruisce di elementi che non sempre si incastrano alla perfezione. L’intenzione iniziale del regista è limpida e riscontrabile in tutta la produzione, ma forse male si adatta con i meccanismi della grande macchina cinematografica che ne ha fagocitato i piccoli particolari che avevano fatto dei suoi precedenti lavori delle pellicole così abilmente costruite. Distratto, tendente all’esagerazione, dissestato: questi i segni, i red lights, che fanno del nuovo film di Cortès un apparente gioco d’inganni da smascherare.

5

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