Recensione Red krokodil

La micidiale droga di Cristopharo

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Con ogni probabilità, la prima cosa che ci si chiede è a cosa faccia riferimento il titolo.
Alla desomorfina fatta in casa, detta anche Krokodil, potente droga, facile da preparare, che, sorta di sostituto povero dell'eroina e capace di squarciare la pelle e di distruggere gli organi interni, pare abbia preso particolarmente piede in Russia nel 2010.
Non a caso, è proprio in Russia, precisamente a Cherepovets, che il visionario cineasta indipendente Domiziano Cristopharo - autore di House of flesh mannequins (2009) e di The museum of wonders (2010) - ambienta il suo lungometraggio; da lui stesso definito un film neorealista, considerando la tematica trattata, ma anche un po' espressionista, tenendo conto della maniera in cui viene raccontata sullo schermo.
Quindi, non una produzione di genere horror, come molti potrebbero erroneamente pensare, ma una drammatica storia di orrore vero che, partendo dalla personale esperienza di tossicodipendenza dell'attore protagonista Brock Madson (anche tra i finanziatori dell'operazione), non provvede altro che a mostrare il lento, progressivo decadimento fisico arrecato dalla letale sostanza stupefacente a un individuo rinchiuso all'interno di una fatiscente abitazione.

La casa del manichino di carne

Del resto, se non fosse per qualche brevissimo accenno di esterni, è un'atmosfera decisamente claustrofobica quella volta ad attanagliare i circa ottanta minuti di visione che, accompagnati dalla voce interiore del protagonista, fuori campo, ricorrono in maniera efficace alla tanto povera quanto sporca scenografia quale adeguato corredo di una esistenza allo sfacelo e tormentata dalla solitudine.
Una esistenza di cui viene rimarcata la condanna ad essere vivi, man mano che sempre più evidente appare l'estremo pessimismo trapelante da un racconto per immagini e senza speranza nel corso del quale, appunto, l'unica via di fuga sembra essere rappresentata dalle illusioni e dai sogni regalati dalla droga.
Un aspetto che, in un certo senso, appare quasi come una esasperata rappresentazione metaforica dell'attività artistica dello stesso Cristopharo, il quale si rifugia periodicamente in "sogni da schermo" concepiti a bass(issim)o budget in una Italia d'inizio XXI secolo la cui realtà cinematografica, dominata da pochissime major e finanziamenti statali, non vuole saperne di lasciare spazio a tipologie di narrazione e soggetti che non rientrino nei gusti del volere popolare.
Tipologie di narrazione e soggetti che, nel caso di Red krokodil, sembrano in parte riallacciarsi a quelle che furono alla base del tedesco Schramm (1994) e, in generale, alle tutt'altro che venate di ottimismo opere del suo autore Jörg Buttgereit; quando - soprattutto nelle disturbanti sequenze in cui il corpo del protagonista comincia a deteriorarsi - a non essere richiamato alla memoria è, in un certo senso, il cinema del canadese David Cronenberg.
Ma è evidente che Cristopharo, in questo caso, punti tutt'altro che allo sfoggio di effetti speciali di trucco (seppur presenti in minima parte); tanto da confezionare un elaborato capace di parlare anche tramite situazioni che si affidano esclusivamente al sonoro e alle belle musiche di Alexander Cimini.
Sebbene, ancora una volta, tutt'altro che in secondo piano passi il suo impeccabile stile visivo, che fa qui a meno di colori sfarzosi per enfatizzare, al contrario, un deprimente universo quasi in bianco e nero.

Red Krokodil Autore di House of flesh mannequins (2009) e di The museum of wonders (2010), Domiziano Cristopharo realizza con soli mille euro un dramma quasi horror girato all’interno di un fatiscente appartamento. Con voce narrante spesso presente, un racconto di decadimento fisico dovuto all’uso di una potente droga che potrebbe ricordare in parte il cinema di David Cronenberg, in parte quello del tedesco Jörg Buttgereit. Anche se Cristopharo, su sceneggiatura di Francesco Scardone, non spinge né sulle metamorfosi a base di effetti speciali tipiche di Cronenberg, né sulle disturbanti esagerazioni dell’autore di Nekromantik (1987); confezionando con grande capacità e pochissimi mezzi un personalissimo lavoro carico di pessimismo e impreziosito dal suo consueto, impeccabile stile visivo.

6.5

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