Recensione Reality, di Garrone

Dopo Gomorra, torna Garrone per raccontare la parabola 'umana' dei reality show

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Quattro anni dopo la trionfale galoppata italiana sulla Croisette con “Gomorra” (2008), Matteo Garrone torna a Cannes con la sua ultima fatica: Reality è un affresco di venatura neorealista ambientato a cavallo tra Napoli e Roma, dietro le cui tinte vivaci nasconde la cupa visione di un’Italia dallo scheletro indebolito, edulcorata e allucinata dai falsi sfarzi dello spettacolo che ha penetrato in modo pervasivo e letale ogni ambito di vita. Quattro anni dopo il Grand Prix Speciale per Gomorra, Garrone torna a raccontare Napoli come specchio dell’Italia intera, passando dallo stile asciutto e realista del film precedente a una firma stilistica diametralmente opposta, raccontando il capoluogo campano con i colori saturi, le musiche fiabesche di Alexandre Desplat e l’ammiccamento a una regia più marcata. Siamo passati dai luoghi della camorra, fatti di palazzine popolari, antri angusti e lunghe strade fra i campi, ai luoghi della povertà culturale e personale, come maxi centri commerciali, stand televisivi, piscine dove i protagonisti obesi del film sguazzano a mollo.

Never give up!

Luciano (Aniello Arena), pescivendolo napoletano, sposato e con due figli, conduce una vita mediocre. E’ simpatico e benvoluto ma osteggiato dalla crisi economica e spesso costretto a truffare anziane signore per poter arrotondare. Il suo eroe è Enzo (Raffaele Ferrante), vincitore del Grande Fratello e ora showman degli ambienti provinciali, dove anima feste, matrimoni e serate in discoteca, sempre con un microfono in mano, impegnato a ripetere perentoriamente il suo secco slogan stereotipato: “Never give up”. Quasi casualmente Luciano, spinto dai figli, si presta ad un provino per la nuova edizione del Grande Fratello. Quando passa alla seconda fase e si deve addentrare negli studios di Cinecittà, la febbre euforica dello spettacolo e del successo cresce dentro l’ingenuo pescivendolo, il cui mondo comincia a declinarsi totalmente in funzione della televisione e dell’apparire. Sempliciotto e sprovveduto, Luciano si lascia ipnotizzare dai biechi trucchi della macchina infernale saturata di real time, dai suoi cerimoniali e dalla sua immagine edulcorata. Il desiderio di entrare nella casa del reality diventa un’ossessione capace di divorare, morso dopo morso, tutta la vita di un uomo medio.

Vetro e videocamere

Tutto il film gioca su un continuo contrasto, a cominciare da quello, evidente, della fotografia: ambienti interni lucidi e luminosi, esterni neorealisti e poco curati, spesso con inquadrature segnate da uno squarcio luminoso su angoli in ombra. È solo lo specchio esteriore di una radicale differenza che compenetra tutto il film: quella tra il semplice cittadino succube degli idoli e i manichini vestiti e abbelliti dal mondo dello spettacolo, messi in bella vista nella vetrina della televisione. Luciano è un piccolo individuo in confronto agli abbagli dello sfarzo irraggiungibile che ha visto solo in tv. Coccolato dalle attenzioni di Cinecittà e dei compaesani, crede in una religione fatta di telefoni cellulari, reality show e discoteche, ma è un analfabeta del mondo dello spettacolo: incapace di districarsi dai tentacoli del tubo catodico, ignorante e nutrito di luoghi comuni. L’apice di questo meccanico ciondolare nella sudditanza è rappresentato dalle continue esclamazioni dello slogan di Enzo, “Never give up!”, a cui Luciano reagisce sempre con entusiasmo, finché arriva a chiedere: “Ma che...vuol dire?” La sua brama di entrare in trasmissione diventa un’ossessione che deforma il mondo circostante, portandolo a vedere in ogni individuo un possibile ispettore televisivo. Paradossalmente il reality diventa l’anti-realtà, lo storpiamento della realtà, la sua deformazione grottesca, esagerata, finta. Un idolo a cui inginocchiarsi e in cui credere. Mentre le televisioni si fanno sempre più sottili, i personaggi del film sono sempre più grossi, un’obesità nutrita di credenze, ignoranza, maratone televisive sdraiati sul divano. E’ l’obesità del vizio, l’obesità emblema del declino Occidentale, tanto cara agli americani che riempiono il grande schermo coi loro personaggi-realtà intercettati in un fast-food come in un supermercato. Se un tempo l’essere in carne era simbolo di benessere, oggi quest’idea è stata spazzata via: i ricchi popolano le palestre e i centri fitness, battendo i tapis roulant a tempi di musica, mentre il cittadino medio viene rimpinzato dal fast-food metaforico della società dei consumi, infarcito di tv spazzatura, mondi menzogneri, supermercati che sono la nuova Agorà del vivere quotidiano, piscine come unico timido polo di svago di una classe media che spera nel grande salto, nel varcare la soglia della casa di vetro. Non è più la tv che fa solo tv, ma è tv che finge di essere realtà: la penetra, la assorbe, diffonde le sue metastasi e finge di assumerne le sembianze. Ma in fondo, se Luciano si lascia sprofondare su un divano della casa del Grande Fratello, come si vede nella locandina, intorno a lui ci sono solo i grandi casermoni in cemento armato degli studios. La vera casa di vetro, il reality su cui la tv mette le mani, non è il Grande Fratello, ma la realtà quotidiana vissuta da cittadini esterni al mondo del piccolo schermo, la realtà che un tempo era la propria casa, ma che ora è vista con diffidenza, in cui Luciano si sente osservato, crede di essere seguito dai registi televisivi, dona tutti i suoi mobili per fare colpo su un audience inesistente. Lui ha trasportato la trasmissione nel suo microcosmo di vita, fa spettacolo nella sfera di cristallo della quotidianità su cui i potenti muovono le mani e manipolano i burattini. Il suo mondo non è più realtà, è solo reality, una umile fotocopia di uno stile di vita snocciolato sugli schermi e penetrato nei cervelli e nei costumi come una droga.

Ciò che luccica

Partito da una valida idea, il film si dimostra piacevole e apprezzabile seppur in modo mediocre. Qualcosa stona la sinfonia del lungometraggio e placa gli entusiasmi transalpini. Il primo problema sta nella sceneggiatura: benché sia un prodotto discreto, il team di quattro scrittori avrebbe potuto sfruttare meglio il soggetto di partenza, ideato da Matteo Garrone e Massimo Gaudioso. L’impressione, infatti, è che il film resti un po’ troppo sospeso e incapace di fare presa sul pubblico. È vero che tutto, nel plot, è stato progettato per conferire l’atmosfera di una fiaba: dalle bellissime musiche di Alexandre Desplat (che in questi stessi giorni a Cannes è stato celebrato col documentario Lezione di musica) ai colori, dalla festa di apertura con costumi carnevaleschi a Enzo in discoteca, che svolazza sopra la folla attaccato un cavo, come la fatina dei giorni nostri. Una celebrità il cui colpo di bacchetta potrebbe cambiare la vita agli anchilosati sudditi che lo acclamano a gran voce. Nonostante questa scelta di registro fiabesco, il film non può permettersi di restare così vago. In generale osa poco, gli artigli non entrano in profondità nel velenoso tessuto dell’apparenza, cosicché oltre a strappare qualche risata e un’amara riflessione sui costumi odierni, nulla di più crea negli spettatori, incapace della potenza esplosiva di “Gomorra”, incapace di coniugare una marcatura più virtuosistica, quasi alla Sorrentino, con un retaggio neorealista nella fotografia, che non di rado stona nel presentare l’incuria di alcuni esterni in confronto con la notevole attenzione per il lavoro sugli interni.

Reality Proiettato il 18 maggio al Grande Theatre Lumiere, il film è stato accolto da applausi poco calorosi. Il pubblico francese ha reagito con un certo apprezzamento condito di risate, ma senza il trasporto che Garrone e Sorrentino avevano esercitato solo pochi anni fa. Anche se il prodotto finale è di buona qualità, la forza pervasiva con cui si disseziona e si indaga la realtà non è all’altezza delle precedenti prove registiche di questo pluripremiato cineasta. Resta un film interessante su cui riflettere, a metà tra stampo naturalistico e fittizio. È anche una prova, in cui il regista decide di invertire di segno il suo stile per raccontare non solo la Napoli iperneorealista e a chiaroscuri di Gomorra, ma anche la Napoli fatiscente e affabulatoria, drogata di allucinazioni televisive e di mondi astratti.

7

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