Roma 2014

Recensione Quando eu era vivo

Il secondo horror del brasiliano Marco Dutra

recensione Quando eu era vivo
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Quando si parla di cinema della paura proveniente dal Brasile, il nome che balza immediatamente nella testa dello spettatore (almeno di quello maggiormente preparato per quanto riguarda le cinematografie più oscure del globo) è quello di José Mojica Marins, noto per i suoi lungometraggi in cui veste anche i panni del tanto grottesco quanto inquietante Zé do Caixão (citiamo soltanto A mezzanotte possiederò la tua anima, datato 1964, a Encarnação do Demônio, visto addirittura presso la Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia 2008), individuo caratterizzato da lunghe unghie acuminate ed abbigliato con lungo mantello e cilindro, entrambi neri.
In realtà, però, pensando anche solo ai sanguinolenti Mangue negro e Mar negro, entrambi diretti da Rodrigo Aragão, è evidente che la nazione del caffè comprenda anche altri cineasti dediti su celluloide al genere che, nel corso della storia, ha provveduto a sfornare memorabili figure del calibro di Frankenstein, Freddy Krueger e l'enigmista Jigsaw.
Tra essi rientra Marco Dutra, il quale, laureatosi alla Film School dell'Università di San Paolo, dopo l'esordio Trabalhar cansa, presentato a Cannes nel 2011, torna all'horror con questo Quando eu era vivo, seguìto al dramma Meu país e tratto dal romanzo A arte de produzir efeito sem causa di Lourenço Mutarelli.

Dal Brasile con orrore

Horror che parte dalla figura di Junior, il quale, interpretato da Marat Descartes, perduto il lavoro e divisosi dalla moglie torna a vivere con la sua famiglia nella vecchia casa, dove si sente ormai un estraneo.
Casa in cui, trascorrendo i giorni sul divano di un anziano signore a meditare, appunto, a proposito di divorzio e disoccupazione, non solo fantastica sulla giovane inquilina Bruna alias Sandy Leah, ma ritrova degli oggetti appartenuti alla madre di lei; iniziando a desiderare di voler conoscere tutto del nucleo familiare ed a sviluppare una malsana ossessione nei confronti del passato.
Ed è man mano che il protagonista arriva a confondere fantasia e realtà che, tra anagrammi da decifrare e visioni di vecchi filmati, si concretizza quello che possiamo definire, in fin dei conti, uno psycho thriller a tinte surreali vicino, a tratti, ad analoghi esempi da schermo provenienti dalla Spagna.
Anche se, in realtà, con una buona direzione degli attori, una sufficientemente suggestiva colonna sonora eseguita al piano dallo stesso Dutra e da Guilherme e Gustavo Garbato ed abbondanza di dialoghi, sono gli ultimi dieci minuti dei centootto totali a rappresentare il vero e proprio film dell'orrore.
Un po' pochi, se consideriamo che il resto non riesce a sfuggire alla morsa della fiacchezza, conducendo, inoltre, ad un epilogo che si presta, probabilmente, a più interpretazioni, ma senza rivelarsi in grado di stupire.

Quando eu era vivo C’è un qualcosa dell’horror di matrice spagnola nella terza fatica registica del brasiliano Marco Dutra, autore di Trabalhar cansa e Meu país, entrambi del 2011. Un elaborato i cui punti di forza sono, senza alcun dubbio, la buona prova del cast e l’inquietante colonna sonora, ma che, oltretutto attraversato da un certo affascinante sapore retrò, non riesce, però, a generare coinvolgimento, fagocitato dall’eccessiva verbosità e dai tutt’altro che incalzanti ritmi narrativi. E neppure la sorpresa finale si mostra capace di risollevarne le sorti.

5.5

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