Recensione Quando c'era Marnie

Hiromasa Yonebayashi firma l'ultimo (almeno per molto tempo) lungometraggio dell'amatissimo Studio Ghibli: una trasognata riduzione dello struggente romanzo omonimo di Joan Gale Robinson tanto amato dallo stesso Hayao Miyazaki.

recensione Quando c'era Marnie
Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

C'è come un cerchio magico invisibile, nel mondo, pensa la piccola Anna, studentessa delle medie che crede di trovarsi sempre, inevitabilmente, al di fuori di questo circolo a cui sembrano, invece, appartenere le altre persone. La sua è una vita fondamentalmente solitaria, non si ritrova a giocare coi coetanei, anzi semplicemente rifugge la compagnia e si rinchiude in se stessa, trascorrendo il tempo a disegnare, sua attività preferita e in cui sembra molto versata. Questa solitudine esistenziale è acuita non solo dalla precaria salute ma anche dall'eterna sensazione di non essere benvoluta da chi gli sta accanto: orfana, ha perso prima i genitori e poi la nonna, prima di essere stata assegnata a una famiglia affidataria che, in cuor suo, sente lontana per varie ragioni. Quando il suo asma si aggrava, la madre adottiva Yoriko la manda a passare l'estate presso un paesino nell'Hokkaido orientale, lontano dalla natia Sapporo, ospitata da alcuni parenti della donna, che si dimostrano oltremodo ospitali e benevolenti. La ragazzina, nonostante si trovi bene nella natura incontaminata del posto, trova difficoltà a integrarsi anche qui, ma l'incontro con una misteriosa fanciulla dai capelli biondi cambierà, finalmente, il suo approccio alla vita e ai rapporti sociali...

One last time

Tanto si è detto, negli ultimi due anni, a proposito del destino dello Studio Ghibli dopo il "pensionamento" di Hayao Miyazaki e Isao Takahata, e il -si spera solo momentaneo- status di fermo per quanto riguarda nuovi progetti di lungometraggi animati. La verità è che dopo i fasti dell'era d'oro, conclusasi letteralmente con Il Castello Errante di Howl, lo studio orientale d'animazione che più ha fatto sognare gli spettatori di tutto il mondo ha certo continuato a regalare bei film, ma non più a ripetere l'incredibile alchimia che ha fatto convivere poesia, narrativa e il triste (ma comunque indispensabile) business che porta la gente al cinema e a comprare merchandising. Ponyo sulla scogliera non era certo un film per tutti, e Si alza il vento idem, anche se all'esatto contrario. Per non parlare de La Principessa Splendente. Nel frattempo, il figlio di Hayao, Goro, e il promettente Hiromasa Yonebayashi, hanno avuto tempo e modo di mostrare le proprie qualità e l'eventuale attitudine al traghettare lo Studio nel nuovo millennio, con film godibili ma certo non all'altezza di quelli dei loro maestri: I Racconti di Terramare, Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento e La collina dei papaveri. L'ultimo, malinconico tentativo di ripetere la magia tocca proprio a Yonebayashi, con un film che è ancora una volta una riduzione/adattamento di un romanzo per ragazzi di matrice inglese, su cui ha lavorato in grande autonomia. Cosa che ci permette di tastare il polso all'effettiva salute del Ghibli nel momento in cui i due padri fondatori si ritirano dalle scene e, forse, di capire come mai, al di là degli introiti decisamente poco esaltanti, forse è il caso di fare il punto e ripartire verso altre destinazioni

Fine On The Outside

When Marnie Was There, titolo internazionale di Omoide no Marnie (Quando c'era Marnie, per l'Italia), è tratto dall'omonimo libro di Joan Gale Robinson, testo di grande diffusione tra i ragazzi all'epoca della sua uscita (fine anni '60) e a cui Hayao Miyazaki si dice da sempre molto legato: molti dei temi in esso contenuti si ritrovano, effettivamente, nella sua poetica e nei suoi film, con una ragazzina alla ricerca del suo posto nel mondo e della giusta distanza nei rapporti interpersonali, con un occhio di riguardo agli affetti, alla scoperta del sé, alla natura. Impossibile non notare, chiaramente, che tutte queste cose le ritroviamo anche in questa versione animata della storia, apparendo, tuttavia, un po' sbiadite e pervase da un costante senso di déjà-vu: il character design, in questo senso, non aiuta, riportando alla memoria spesso e volentieri figure e paesaggi di pellicole precedenti; il confronto, tuttavia, appare impietoso, anche perché Yonebayashi non sembra in grado di far scattare l'empatia per i personaggi della sua storia, a differenza di Miyazaki e Takahata, banalizzando spesso i contesti geografici e sociali nonostante la scelta (arbitraria ma potenzialmente funzionale, come già accaduto in Arrietty) di spostare l'ambientazione della vicenda dal Norfolk all'Hokkaido. Scelta che però non apporta la stessa atmosfera lacustre, la bruma, le illusioni paesaggistiche suggerite dal romanzo originale, che giocava -e non poco- sull'atmosfera quasi da thriller sovrannaturale che permea i bizzarri e quasi allucinatori incontri tra Anna e Marnie, così diverse eppure così vicine. Per gran parte del film, piuttosto che una ghost story con protagoniste due bambine che vivono un'amicizia "in parallelo" molto sui generis, sembra quasi di assistere a un film sulla scoperta della propria identità sessuale, visti gli sguardi, la complicità e le parole dolci tra le due ragazze. Non che ci sarebbe niente di male in questo, a nostro avviso, solo che il modo in cui è impostata la relazione tra le due protagoniste è fortemente fuorviante e non propedeutica allo svolgimento della trama, che rende inoltre i passaggi più "misteriosi" e inquietanti della storia originale poco più che sogni a occhi aperti, ben poco spaventosi o coinvolgenti. A meno di non rivedersi nelle due protagoniste, è in sostanza difficile riuscire a "entrare" nella pellicola, totalmente priva di momenti davvero appassionanti e del sense of wonder tipicamente ghibliano che si vive assieme alla protagonista di turno mentre "esplora" il mondo al di fuori della propria casa.

Quando c'era Marnie Quando c'era Marnie non è certamente un brutto film, intendiamoci. Tecnicamente è ineccepibile: benché le opere di Takahata e Miyazaki siano indubbiamente superiori sia a livello grafico che in quanto a musiche -al di là della splendida canzone di Priscilla Ahn, si sente infatti la mancanza di Joe Hisaishi- non si può non rimanere comunque incantati dall'ennesima puntata nell'universo ghibliano, sempre ricco e sfaccettato. La sensazione di già visto è però inevitabile, correlata anche da una certa vena di noia e di confusione nell'esposizione di una storia che perde, in parte, i connotati originali per arrivare alle sue conclusioni con un certo affanno. Il fiume delle emozioni scorre solo sul finale, ma è ormai tardi, e suona quasi ricattatorio, come a voler a tutti i costi strappare la lacrimuccia con una rivelazione in verità abbastanza telefonata, nonostante l'elemento fantasy del tutto venga costantemente sviato in maniera anche poco elegante. L'ultimo (?) film dello Studio Ghibli appare dunque come un tassello assolutamente personale, che mostra come Yonebayashi abbia appreso le basi dai suoi Maestri ma non le abbia saputo rendere proprie, e quindi anche il gradimento rischia di essere molto più soggettivo del solito, dato che preso a sé, Quando c'era Marnie nulla aggiunge a quanto già detto precedentemente in tanti altri film dello studio. Avremmo preferito un "arrivederci" diverso, ma i fan dello Studio non potranno non 'viverlo' comunque.

5.5

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