Venezia 2012

Recensione Qualcosa nell'aria

Il veterano Oliver Assayas sbarca con la sua nuova opera al Lido

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Attivo dietro la macchina da presa fin dal lontano 1979, anno in cui diresse il cortometraggio Copyright, il parigino classe 1955 Oliver Assayas, con oltre venti regie all’attivo, torna al grande schermo per occuparsi di quello che, presentato presso la sessantanovesima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, vuole in un certo senso essere una continuazione del suo L’eau freude.
Infatti, a diciotto anni da quel lungometraggio incentrato sui giovani Christine e Gilles, abbandonati alle proprie sofferte, drammatiche insicurezze e figli di genitori divorziati, dichiara: “Ho spesso l’impressione che i film nascano da soli, che quasi mi impongano. E’ successo con Après mai. Da molto tempo sentivo molto forte di dare non esattamente un seguito, ma un prolungamento, a un mio film del 1994, L’eau froide. Lo considero come un secondo primo film, in modo di rimettere in gioco la mia pratica del cinema. Un film che mi aveva un po’ preso alla sprovvista. Poi ho capito che mi aveva spalancato delle porte, in particolare quelle dell’autobiografia. Ricordo lo stupore al montaggio nel vedere le scene della festa notturna (che corrisponde solo ad alcune pagine della sceneggiatura, ma costituisce quasi un terzo del film finito): il fuoco, gli adolescenti, il fumo... Avevo l’impressione di aver colto qualcosa della poesia di quell’epoca, quella della mia adolescenza, all’inizio degli anni Settanta. Restava la sensazione che un giorno questa materia poteva originare un film più vasto su quell’epoca poco conosciuta, appassionante, ma di cui il cinema diffida molto, al punto da saperla trattare solo attraverso l’ironia”.

L’eau freude parte 2

“Dopo il Maggio” significa, letteralmente, il titolo del film, che, sceneggiato dallo stesso Assayas e dedicato alla memoria del compianto attore e regista Laurent Perrin, vede Clement Metayer nei panni del giovane liceale Gilles.
Giovane liceale che, nella Parigi d’inizio anni Settanta, preso dall’effervescenza politica e creatrice del suo tempo, come i suoi compagni esita tra un impegno radicale e delle aspirazioni personali.
Perché è l’eco del Maggio 1968 - periodo caro al maestro della Nouvelle Vague Jean-Luc Godard e in cui risuona un’esperienza rivoluzionaria unica nella storia francese del XX secolo - che il cineasta intende raccontare su celluloide; mostrando Gilles e i suoi amici che, nel passare da relazioni amorose a rivelazioni artistiche, si trovano a dover effettuare le scelte decisive per trovare se stessi in un’epoca tumultuosa.

Dopo il Maggio

Scelte che i protagonisti mettono in atto nel corso di un viaggio destinato ad attraversare l’Italia per finire a Londra, durante le oltre due ore di visione che, senza perdere tempo, aprono immediatamente con immagini di scontri in strada con le forze dell’ordine.
Oltre due ore di visione che, effettivamente, trasportano in maniera efficace in quell’atmosfera un po’ hippy, attraverso un look generale che rispecchia proprio quello di determinati prodotti cinematografici di protesta appartenenti al decennio in cui nacquero la musica punk e la disco music.
Merito anche della fotografia di EricGli amori folliGautier, che va ad impreziosire la buona costruzione complessiva di un’operazione - come già accennato - dal sapore fortemente autobiografico, ma di cui Assayas precisa: “Non credo molto nell’autobiografia nel cinema: tutto è autobiografico e niente lo è, per certi versi. Nel momento in cui si fa un film, si rompe il patto autobiografico. In letteratura si può cercare di essere il più possibile onesti e precisi, far rivivere un’epoca attraverso i ricordi, anche se resta sempre una parte di romanzo. Al cinema, questa parte è moltiplicata per due: in Après mai affido situazioni fittizie - ma ispirate alla realtà - a interpreti lontani da me, che sono giovani d’oggi, li inserisco in altri luoghi, in una temporalità che è quella della drammaturgia e non quella della vita. In realtà, nel film propongo l’abbozzo di un ritratto collettivo, più vero, credo, che se mi fossi limitato alla stretta evocazione della mia adolescenza”.
Un ritratto collettivo volto anche a osservare come il cinema rivoluzionario francese dell’epoca usasse ipocritamente uno stile classico della borghesia anziché sfruttarne un altro; mentre sembra riassumere il suo significato e il pensiero dell’autore stesso nella frase “Vivo nella mia fantasia, se la realtà bussa non apro”.
Fino alla simbolica sequenza in cui l’ombra del protagonista attraversa la scenografia di una pellicola spettacolare in corso di riprese, testimoniando il rifiuto di un cinema comunemente definito “commerciale” in favore di quell’autorialità su celluloide comprendente, appunto, lo stesso Ayas e colleghi di set.

Qualcosa nell'aria Diciotto anni dopo L’eau freude (1994), il regista parigino Oliver Assayas ne fornisce una sorta di prolungamento attraverso quello che, caratterizzato da una costruzione generale nel complesso efficace, si rivela essere un amarcord politico sostenuto a dovere dal cast e piuttosto scorrevole. Quindi, piuttosto sopportabile, nonostante duri... Assayas!

6

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