Recensione Qualcosa di Noi

Wilma Labate racconta le tante crisi che sembrano affliggere il nostro vivere contemporaneo

recensione Qualcosa di Noi
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Il film Qualcosa di noi della regista romana Wilma Labate (La mia generazione, Signorinaeffe) apre e chiude nell'atmosfera di una scampagnata tra amici - nel bucolico scenario dell'incantevole borgo di Iano - priva però della sua consueta spensieratezza. Al centro di questa sorta di ‘tavola rotonda' di pensieri e riflessioni in libertà e che ancora una volta raccontano quell'idea di "orfanite" e solitudine tanto cari alla regista, c'è la storia di Jana, prostituta quarantaseienne che da undici anni scopre per soldi il suo corpo al piacere maschile per poi coprirlo sotto una geografia di tatuaggi che forse indicano una latente paura, o vergogna, del mondo esterno. La sua casa, luogo di incontri clandestini e amori estemporanei, diventa così teatro di un racconto che dal sesso muove poi al più ampio raggio delle relazioni e dell'affettività, del lavoro e della crisi. Attorno a lei il gruppetto di allievi di una scuola di scrittura e aspiranti scrittori più un'aspirante attrice, dibatte e si confronta sul tema della sessualità (c'è chi la vive come una ‘fidelizzazione', chi la rifugge, chi ne è al tempo stesso attratto e respinto o chi la insegue per camparsi proprio come fa Jana) e poi su quello del lavoro, entrambe rappresentazioni precarie del nostro vivere in bilico nell'avvolgente stato di crisi attuale. E, ancora, ci si interroga sulla (s)vendita del proprio corpo così come delle proprie facoltà intellettive come estremo atto di rassegnazione o consapevolezza. Un filo di riflessioni che poi chiuderà sulle vibrante energia e sulla malinconia del Teatro Valle Occupato, luogo-manifesto di uno stato artistico interrotto e censurato un po' come tutte quelle esistenze che vi gravitano attorno.

È il mio lavoro e io l’ho accettato

È un sentiero nostalgico e malinconico quello che percorre Wilma Labate con Qualcosa di noi. Dietro al volto sorridente ma provato e al fisico esuberante ma schivo di Jana così come dietro alle lacrime, alla passione o alle titubanze dei ragazzi riuniti attorno a quell'ideale focolare, si celano infatti i turbamenti che affliggono le nostre esistenze, arginate dalla crisi in un limbo materiale ed emotivo e spesso impossibilitate a trovare la propria strada. Quasi senza filtri e seguendo un filo libero di pensieri si parla dunque dei soldi che tornano a essere sempre centrali e di una sessualità vissuta come surrogato di qualcos'altro e indotta quasi sempre da mancanze (denaro, affetto o fisiologiche necessità) piuttosto che dalla possibilità di completamento del sé. Il denominatore comune è quindi quello della mercificazione del proprio corpo, ma anche del proprio lavoro così come, in termini più universali, del proprio valore. Senza un itinerario preciso ma piuttosto guidato da una serie di libere associazioni mentali, Qualcosa di noi mette in scena la solitudine e la precarietà del nostro vivere, rivelando infine la difficoltà odierna di essere realmente espressione consapevole del nostro io più profondo. Un documentario che mescola parole, volti e situazioni per far emergere una suggestione narrativa piuttosto che una vera e propria narrazione, e dove la chiave di lettura dell'opera è totalmente affidata all'occhio dello spettatore e alla sua capacità di far emergere dal racconto una propria personale riflessione sul mondo.

Qualcosa di Noi Wilma Labate presenta con Qualcosa di noi, nella sezione diritti e rovesci del TFF 32, un documentario intimo, personale, che attraverso le voci e le riflessioni di un gruppo di ragazzi raggruppati attorno al racconto autobiografico di una prostituta, evidenziano il fil rouge di precarietà e insicurezze che nella società attuale appartiene al sesso così come al lavoro, e ancor di più all'espressione artistica. Un lavoro che ha il suo maggior pregio (e anche difetto) nel non esser compiuto, ma piuttosto libero di inseguire un filo libero di pensieri che ci ricorda la freschezza di una chiacchierata tra amici/conoscenti assieme alla malinconia di un mondo sempre più in crisi d’identità.

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