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Recensione Qin'ai de - Dearest

Il regista Peter Ho-sun Chan firma un complesso dramma familiare, incentrato attorno al rapimento di un bambino piccolo...

recensione Qin'ai de - Dearest
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È stato un reale caso di cronaca, relativo al dramma dei rapimenti di bambini in Cina, ad ispirare il regista e sceneggiatore Peter Ho-sun Chan nella realizzazione di Quin'ai De - Dearest, film drammatico presentato fuori concorso alla 71° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e in calendario anche al Toronto International Film Festival. Peter Chan, autore molto popolare in patria, racconta infatti il calvario di una coppia divorziata nella città di Shenzhen, la cui esistenza è sconvolta il giorno in cui, a causa di una banale disattenzione, il loro bambino di appena tre anni viene prelevato da un uomo misterioso e da quel momento scompare nel nulla. Al panico e alla concitazione iniziali seguono le ricerche frenetiche dei due genitori, che tuttavia si rendono rapidamente conto dell’atroce realtà della situazione: loro figlio è uno dei tantissimi bambini rapiti alle proprie famiglie d’origine per essere rivenduti a peso d’oro mediante un traffico illegale tragicamente diffuso in Cina.

Svolte narrative

Fin dalle prime sequenze, con qualche inevitabile eco (anche solo semplici suggestioni) dell’indimenticabile incipit del capolavoro di Fritz Lang M - Il mostro di Dusseldorf, Peter Chan porta in primissimo piano la disperazione dei due protagonisti, ricorrendo però, in più di un’occasione, ad un’enfasi esasperata e a toni patetici che rischiano presto di conferire al racconto un tono quasi ricattatorio nei confronti dello spettatore. In particolare con la parabola del padre (e dei suoi strenui benché vani tentativi di ottenere notizie del figlio), la disavventura che rischia di mettere a repentaglio la sua stessa vita, con il fatidico salto da un ponte per sfuggire a una banda di rapinatori, sembrano volersi richiamare ad una “retorica della miseria” a tratti perfino irritante per l’insistenza con cui si sofferma sulle disgrazie dei protagonisti, in maniera addirittura smaccata. Ma Dearest riserva anche delle svolte narrative che, dopo circa un’ora di durata, trasformano il film di Chan, incentrato fino a quel punto sull’impossibile elaborazione di una perdita e sullo spaventoso vuoto provocato dalla sparizione di un figlio, in una pellicola più complessa a livello drammaturgico e non priva di acuti spunti di riflessione.

Alla ricerca del pathos

La seconda metà di Dearest, infatti, arriva a ribaltare la prospettiva della narrazione, spostandosi dal punto di vista dei due genitori a quello di una contadina vedova di un’area rurale della Cina, madre adottiva di due bambini e improvvisamente strappata a quelli che lei considera a tutti gli effetti come propri figli. Anche in questa seconda parte, purtroppo, Chan scivola di frequente su fastidiosi eccessi di patetismo (la lacrimevole scena dell’incontro notturno tra madre e figlia, separate dalla finestra dell’orfanotrofio) e mostra una spiacevole tendenza a scegliere la via del pathos a tutti i costi, laddove un maggiore rigore sarebbe stato di gran lunga preferibile. Tuttavia, nonostante i suoi numerosi limiti, Dearest presenta comunque degli elementi d’interesse: sia nei conflitti che riesce ad innescare fra i vari personaggi, ciascuno dei quali, in fondo, finisce per farsi scudo di una propria “verità” non priva di ragioni; sia per la scelta di mettere sul piatto il non facile tema della dicotomia fra la necessità dell’adempimento della legge e la natura dei legami affettivi; sia per il tema della difficoltà del ruolo di genitore, laddove i sentimenti talvolta si scontrano in maniera dolorosa con la volontà e l’esigenza di scegliere ciò che è meglio per i propri figli. Questioni di estrema complessità, che permettono all’opera di Chan di raggiungere comunque un notevole livello di coinvolgimento; a maggior ragione prevale il senso di rimpianto per un film dal valido potenziale ma che troppo spesso sacrifica una reale profondità sull’altare della “facile presa” sul pubblico.

Qin'ai de - Dearest Il regista cinese Peter Ho-sun Chan firma un complesso dramma familiare incentrato attorno al rapimento di un bambino di appena tre anni e al suo successivo ritrovamento, indagando sia il dolore iniziale dei due genitori e la loro difficoltà nell’elaborare questa tragica perdita, sia i dolorosi conflitti successivi al colpo di scena di metà film; tuttavia, Dearest sconta inevitabilmente i suoi frequenti eccessi di patetismo, nonché la scelta di ricercare ad ogni costo un pathos esasperato a scapito di una reale profondità nell’esplorazione dei vari temi in gioco.

6.5

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