Berlinale 63

Recensione Promised Land

Gus Van Sant e Matt Damon contro le spietate multinazionali

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

E' uno dei film piu attesi della Berlinale: l'ultima fatica di Gus Van Sant, Promised Land, sembra in formissima sulla linea di partenza. Il film si basa su una storia di Dave Eggers, riadattata per lo schermo da John Krasinski e Matt Damon, che ne è anche produttore e attore protagonista. Sintomatico e curioso che i due sceneggiatori vestano anche i panni dei due opponents del film: Matt Damon è Steve Butler, John Krasinski è Dustin Noble.

Steve (Matt Damon, appunto) è il fiore all'occhiello del settore manageriale della compagnia energetica Global Crosspower, specializzata nelle trivellazioni alla ricerca di giacimenti di gas naturali. Assieme alla collega Sue (Frances McDormand, ottima nel ruolo), Steve mette piede in Pennsylvania. Obiettivo: convincere i proprietari terrieri di un paesino isolato a vendere i loro possedimenti alla Global per effettuare le trivellazioni. Steve e Sue sono particolarmente esperti ed equipaggiati dei più svariati trucchi per la loro missione di persuasione. Pura ripetizione, sempre lo stesso schema di amicizia e informalità, dopodiché Steve preme sul pedale dell'acceleratore e sottolinea le opportunità finanziarie per la famiglia, la possibilità di garantire ai loro figli un futuro.

Sembra una "missione" come tante altre, ma è tutto destinato a complicarsi: lo strenuo testa a testa tra i protagonisti e la comunità, soprattutto il professore ed ex-ingegnere Frank Yates (Hal Holbrooks) e un avvocato ambientale poco noto, Dustin Noble (John Krasinski). Le accuse sui rischi delle trivellazioni prendono fuoco quando Dustin divulga foto e materiale di bovini deceduti in seguito a queste operazioni. E' una spirale di inganni e giochi politici più grandi del singolo individuo e dell'autonomia decisionale: presto i ruoli cominceranno a scambiarsi come carte impazzite nel mazzo e lo scacchiere non sarà più solo neri contro bianchi.
Perfetta esemplificazione è la circolarità del film attorno al pub del paese, dove Steve (dopo una prima e vittoriosa giornata di convincimento) è invaghito dell'insegnante Alice (Rosemarie DeWitt) e accetta un giro di otto chupiti noto come "Absolute Madness". E' l'insegna di un giogo in cui il protagonista, che Matt Damon interpreta in modo impeccabile anche se forse un po' freddino, perde ogni certezza e deve ricostruire i propri orizzonti di riferimento.
Il cerchio si chiude quando, disilluso e amareggiato dalla piega presa dagli eventi, seduto al bancone del bar, scorge per la prima volta una sua polaroid sulla parete dell'Absolute Madness.
Un intrigo di simmetrie e incastri geometrici che fanno efficacemente rima con il modello parassitico della grande multinazionale, capace di trascendere gli individui e di annichilirli, muovendoli a proprio piacimento sullo scacchiere.

Sostanzialmente una storia ricca di spunti - e non si poteva aspettare di meno, da un soggetto di Dave Eggers e dalla successiva lavorazione Damon/Krasinski. Eppure il film manca di quegli elementi fondamentali che hanno reso grande Gus Van Sant, portatore di un verbo cinematografico capace quasi sempre di unire critica e pubblico. Film come Drugstore Cowboy, Elephant, Paranoid Park e Milk, per citare i piu celebri, non hanno nulla da spartire con questo Promised Land, interessante ma non all'altezza di un prolifico e talentuoso regista.

Promised Land Per quanto la visione sia adeguata, non coinvolge in quel modo ipnotico che Van Sant riusciva a esercitare nelle sue precedenti pellicole. Forse è stato schiavo di una produzione e un apparato scenico troppo pressante, resta il fatto che il meglio del film sono la storia di base (ma l'adattamento non è così convincente, risultando a tratti monotono) e la recitazione dei protagonisti, azzeccatissimi nei loro ruoli. Un titolo che non incide la propria presenza a forza nel filone cinematografico del cospirazionismo industriale né della presa di consapevolezza personale. Molto distante per vari aspetti, ma vicino nella tematica di base, "Per Marx" presentato a sua volta in Berlinale è assai più convincente nello svelare gli sporchi ingranaggi della gerarchia industriale e degli spietati squali dell'economia.

6.5

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