Recensione Platoon

Riscopriamo il classico bellico di Oliver Stone che, da veterano sul campo nella guerra del Vietnam, ci racconta la brutalità del conflitto con inaudita violenza e toccante umanità.

recensione Platoon
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Oliver Stone e il Vietnam, una ferita mai rimarginata per il regista che ha vissuto in prima persona la disfatta americana nel paese asiatico, nel quale ha combattuto nel bienno '67 / 68. Non a caso l'unico tra gli autori di un certo spessore (nonché unico veterano di quella sporca guerra) ad aver indagato in più occasioni il dramma del conflitto e delle sue conseguenze sui reduci: sin dal suo primo cortometraggio Last year in Vietnam passando per Platoon, Nato il 4 luglio e Tra Cielo e terra, l'attenzione sociale e politica del cineasta sull'argomento non si è mai spenta, esplodendo sempre con una forza brutale e genuina. E già nel suo primo titolo di culto, vincitore di quattro Oscar (film, regia, suono e montaggio) e con protagonisti volti di diversi generazioni e di una certa risonanza come Tom Berenger, Willem Dafoe, Charlie Sheen, Johnny Depp e Forest Whitaker, i ricordi delle esperienze vissute sul campo emergono con una potenza furiosa e a tratti insostenibile, capace di percorrere con ispirata autorevolezza la scia di capolavori allora recenti sul Vietman come Apocalypse Now e Il cacciatore.

Urla del silenzio

Il giovane Chris Taylor, dopo aver lasciato il college, si arruolo volontario nell'esercito americano per andare a combattere in Vietnam. Giunto nel paese asiatico il ragazzo viene affidato alla Compagnia Bravo, comandata dal tenente Wolfe. All'interno della squadra vi sono due sottoufficiali carismatici: il sergente Barnes, autoritario e cinico, e il più mite e disilluso sergente Elias. In seguito ad una ricognizione in un piccolo villaggio, Barnes e gli uomini a lui più fedeli si rendono colpevoli di atti di gratuita violenza, arrivando anche ad uccidere una donna indifesa e a bruciare l'insediamento. Da quel momento in poi il conflitto tra Barnes ed Elias (grazie al cui intervento è stato impedito un vero e proprio massacro, e pronto a denunciare il collega alla corte marziale) inizia una vera e propria guerra fredda che "divide" in due schiere lo stesso plotone. E Chris, giorno dopo giorno, comprende sempre di più la follia della guerra.

Cuore di tenebra

Un racconto crudo ed esasperato che, proprio perché narrato da un uomo che ha vissuto in prima persona la brutalità del conflitto, si avvale di un inusitato realismo che non fa sconti e dipinge i due volti dell'esercito americano e dell'America stessa con una piccante amarezza. Come cita il voice-over di Chris (peraltro imperante durante tutta la narrazione) nell'epilogo "Non combattevamo i nostri nemici. Combattevamo noi stessi" il senso più profondo della visione risiede nella guerra interna, etica e morale, tra Barnes ed Elias e i loro rispettivi seguaci. E in una guerra dove si vedono cadere compagni uno dopo l'altro, inermi e tra atroci sofferenze, è facile cadere nelle grinfie della più cieca crudeltà, molto più difficile e coraggioso è mantenere la propria umanità. Il rastrellamento al villaggio vietnamita è una pagina dura da digerire (e Brian de Palma avrebbe seguito "la scia" col toccante Vittime di guerra) tra insensati omicidi a sangue freddo e tentativi di stupro, così come la roboante battaglia finale nel quale gli uomini, da una parte e dall'altra, cadono come mosche (e la posteriore inquadratura dall'alto lascia il segno). Con una regia antispettacolare nelle scene d'azione, che si concentra sulla caotica confusione degli scontri a fuoco nella giungla, l'intento di Stone non è quello di ammiccare al pubblico, bensì di scioccarlo e condurlo a spunti di riflessione in una denuncia sincera e sentita che, tra spunti conradiani, non scade mai nella retorica fine a se stessa. In un grandissimo cast di interpreti secondari, Charlie Sheen se la cava con dovizia in un ruolo che evolve lentamente ma inesorabilmente, figlio diviso tra due padri conflittuali interpretati magnificamente da Berenger e Dafoe.

Platoon Che la guerra sia sempre sporca è certo un dato di fatto. Ma il modo con cui Oliver Stone ce la racconta in Platoon, suo primo grande successo, la rende ancora più tagliente e amara. Con sequenze di inaudita violenza, fisica ma soprattutto morale, che rimangono impresse a lungo, il regista e veterano del Vietnam ci racconta con ammirabile realismo la brutalità del conflitto e le idiosincrasie di una pagina di storia recente con cui gli Stati Uniti sembrano non aver mai fatto realmente i conti.

8.5

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