Venezia 2012

Recensione Pinocchio (2012)

Enzo D'Alò fa suo il classico di Collodi

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Pinocchio ha frequentato molte volte gli schermi, dall’intramontabile versione di Luigi Comencini ad ‘apocrifi’ cartoon giapponesi e statunitensi - tra cui spicca, ça va sans dire, la pur memorabile versione Disney - fino alla relativamente recente (2002) interpretazione di Roberto Benigni, per la verità piuttosto deludente. Nel frattempo, mentre il Robertone nazionale ubriaco dei fasti de La vita è Bella stava preparando il boccone da dare in pasto agli americani (che poi lo riempiranno di Razzies, e a saperlo...) qualcun altro lavorava in silenzio a una versione di animazione, più poetica e fedele al materiale d’origine, che proprio a causa della concomitante uscita del rivale ‘live action’ subì il primo stop e notevoli ritardi. Si tratta di Enzo D’Alò, già autore di riconosciuti capolavori come La freccia azzurra, La gabbianella e il gatto e Momo alla conquista del tempo. Oggi, a distanza di dieci anni, il suo burattino vede finalmente la luce, con un esordio alle Giornate degli Autori del Festival di Venezia, prima dell’uscita in sala con Lucky Red, prevista per Natale. Il film si avvale delle voci, tra gli altri, di Paolo Ruffini (naturalmente, è Lucignolo), Rocco Papaleo (Mangiafoco), Pino Quartullo e, soprattutto, del compianto Lucio Dalla, che ha curato anche la colonna sonora.

Dedicato al babbo

Naturalmente, un soggetto tanto amato e così tante volte rivisitato non è facile da affrontare, in maniera credibile, per l’ennesima volta: “È dal 2000 - racconta l’autore - appena terminata la quarta versione della sceneggiatura, che mi arrovello su quale sia la strada corretta e originale per raccontare la storia. Per quale motivo Collodi scrisse una storia per bambini, moralista, troppo, lui che moralista non appariva? Perché una storia per bambini? Qual era il punto di vista della storia? Pinocchio o Geppetto, la Fatina o il Grillo? Alle tante metafore contenute nel testo mancava il collegamento e la motivazione iniziale dell’autore.

Poi il mio babbo ci ha lasciati, una notte di novembre del 2003. La memoria di mio padre, il suo rifugiarsi in certezze perdute, ritrovarsi in una foto di guerra, cercare in noi figli, in me, la possibilità di rivivere di ciò che aveva fatto ma anche di ciò che aveva perduto. Guardarsi nei miei occhi, mentre io, suo piccolo golem di ciccia, ero spietato nel sistematico sovvertimento delle sue aspirazioni, dotato di volontà propria, padre a mia volta di me stesso”.
Il film di D’Alò, grazie ai disegni di Lorenzo Mattotti, diventa invece golem di pellicola, riplasmando la storia con notevole maestria per poterla condensare in soli 80 minuti di pura magia. Un cartone tradizionale, niente 3D, niente computer, in cui l’effetto speciale più impressionante sono le emozioni.

Pinocchio Un personaggio conosciuto e amato come Pinocchio, più volte rivisitato al cinema e in tv, necessitava di una chiave originale per poter essere credibilmente affrontato in una nuova versione. D’Alò sceglie la semplicità, e il sentimento, puntando sul rapporto tra il burattino e Geppetto, che in lui si rivede nonostante il figlio continui a fare le cose di testa sua. Com’è giusto che sia. Niente computer, nientre 3D. E’ un cartoon tradizionale dove le emozioni sono l’effetto speciale più grande, certamente amplificato dalla colonna sonora, ultimo lavoro del compianto Lucio Dalla. La storia è ricca e condensarla in soli 80 minuti non è facile ma, a parte qualche piccola forzatura, il tutto scorre piacevolmente e con particolare attinenza con il materiale d’origine, laddove altre versioni hanno invece fallito puntando soltanto sul puro spettacolo.

7

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