Recensione Perfidia

Un duro, triste racconto dalla periferia sarda per Bonifacio Angius

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Sebbene il titolo sia lo stesso di uno dei primissimi film (parliamo del 1945) realizzati dal francese Robert Bresson, il lungometraggio d'esordio del sassarese Bonifacio Angius - proveniente dagli short e dal medio saGràscia - non ha assolutamente nulla a che vedere con esso.
Immerso nel grigio inverno di una anonima città di provincia, ne è infatti protagonista un ottimo Stefano Deffenu nei panni del giovane Angelo, il quale, disoccupato e privo di legami sentimentali, trascorre le sue giornate all'interno di uno squallido bar di periferia; mentre l'anziano padre Peppino, ovvero Mario Olivieri, consapevole di non avere più molto tempo da vivere, soltanto in seguito alla morte della moglie comincia ad interessarsi al figlio, rendendosi conto di non sapere neppure chi sia.
E sono proprio i pasti divisi in solitudine dai due, abbandonati a loro stessi in un mondo sempre più spietato, ad accompagnare parte della oltre ora e quaranta di visione, di cui il regista dice: "Tenerezza, rabbia, cinismo, fragilità, violenza a volte inconsapevole, nascosta, velata. Sono queste le parole che mi vengono in mente quando penso a Perfidia, un film nato da diverse suggestioni, alcune molto personali".

L'Angelo triste

Ma, tra partite a bigliardo, visite al cimitero sulla tomba della defunta e strade deserte, è anche una enigmatica ragazza incarnata da Noemi Medas ad entrare improvvisamente nella monotona quotidianità di Angelo, narrata attraverso ritmi lenti, proprio come avanza il tempo di chi, considerato mediocre, spera in un futuro migliore.
Una speranza che l'epilogo, in un certo senso, lascia anche intravedere a mo' di illusione, rendendoci contemporaneamente consapevoli del fatto che essa sia totalmente inutile; in quanto suggerisce sia che la vita è tutto un imbroglio in cui devi stare per viverci, sia che Gesù aiuta chi è cattivo a diventare buono, ma ignora coloro che già lo sono.
Una panoramica decisamente pessimista, tutt'altro che consolatoria e, proprio per questo, tremendamente fedele alla realtà di un'Italia d'inizio terzo millennio le cui tv accese parlano di crisi, di incertezza e di sfiducia nei confronti dei diversi partiti politici.
Un'Italia in cui, a differenza di quanto mostrato nel cinema mainstream nostrano, tempestato di famiglie residenti in pieno centro di Roma e sempre pronte a stare in vacanza, esistono anche emarginati come Angelo... sorta di discendente del Travis Bickle di Taxi driver raccontato con notevole efficacia da Angius affidandosi non solo alla bravura del cast, ma anche e soprattutto a desolate scenografie ed al fondamentale, triste pianoforte della colonna sonora di Carlo Doneddu.

PerfidiaPerfidia è un film profondamente legato al tempo in cui viviamo, un film che nasce da ricordi, da situazioni vissute e immaginate, da me stesso e da persone che ho conosciuto. Persone fragili, invisibili, incapaci di desiderare qualcosa di meglio, ma, al tempo stesso, capaci di commettere atti incoscienti, così, senza una apparente motivazione razionale o un significato univoco, senza averne una reale consapevolezza. L’unica spiegazione che si può dare alle loro azioni è già lì, nella loro vita, nel loro vuoto culturale, nella mancanza di aspirazioni, di passione, di amore”. Ricorriamo a questa dichiarazione del regista Bonifacio Angius per giudicare il suo primo lungometraggio, riuscito, veritiero ritratto duro e (quasi) privo di speranza di un emarginato giovane abitante dell’Italia d’inizio XXI secolo. Un piccolo, disilluso lavoro dai grandi risultati e che, di conseguenza, merita la visione.

6.5

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