Recensione Pelo malo

Mariana Rondon racconta un difficile rapporto madre-figlio nella periferia di Caracas

recensione Pelo malo
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La periferia di Caracas, come tante altre nel resto del mondo, è attraversata da lunghi e possenti agglomerati abitativi, anonimi palazzoni nelle cui case popolari si addensano vite e storie dei loro tanti abitanti, intrappolati tra le facili lusinghe della criminalità e il degrado sociale. Si fa presto a sentirsi sparire in luoghi del genere, assorbiti assieme a centinaia d'altri dalla solitudine di una vita disagiata in cui si fatica a trovare una via di uscita. Il piccolo Junior, nove anni, in un certo senso l'ha trovata, e per quanto strana sembra funzionare. Spronato dall'imminente appuntamento per la foto di classe, Junior ha infatti deciso che per sentirsi meglio con sé stesso deve domare la sua chioma ricciuta ed avere al suo posto dei lunghi e morbidi capelli lisci, coi quali finalmente poter giocare a fare il cantante pop. Per assurdo che possa sembrare, per Junior la foto dell'annuario e la pettinatura liscia diventano una vera ossessione, un sogno da conquistare con ogni intruglio possibile, dalla maionese all'olio di semi, tutto pur di raggiungere un aspetto che lo faccia sentire più personale e definito. Tuttavia per Marta, la giovane madre rimasta vedova e senza un lavoro, questo bisogno diventa l'indizio di una latente omosessualità, prospettiva magari anche plausibile ma che in lei scatena una vera e propria repulsione. L'insistenza del ragazzo non fa che aggravare in lei la ricerca di altri pericolosi indizi, portando il loro già fragile rapporto ad un punto di rottura tale che Marta penserà di "vendere" il figlio alla nonna rimasta sola piuttosto che tenerlo.

tra degrado e alienazione

Scritto e diretto dalla giovane Mariana Rondón, regista venezuelana al suo terzo film, Pelo malo è uno dei grandi vincitori del Torino Film Festival, di cui si porta a casa i riconoscimenti per la migliore sceneggiatura e la miglior interpretazione femminile (la brava Samantha Castillo per il non facile ruolo di Marta). Del resto il film della Rondón era già arrivato alla kermesse piemontese forte di un premio non da poco, la Concha de Oro al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastián, dove, ironia della sorte, a vincere per la miglior regia è stato invece Fernando Eimbcke con il suo Club Sandwich, premiato qui a Torino come miglior film. Curioso perché il gioco delle parti si è innescato tra due film molto legati tra di loro, entrambi incentrati su un rapporto madre-figlio per quanto opposti nel modo in cui questo viene declinato. Se infatti Club Sandwich è il racconto di formazione di una madre costretta a gestire una sua eccessiva esternazione affettiva nei confronti del figlio, il film della Rondón mette in scena l'esatto opposto, ovvero l'assenza di tale attaccamento e la conseguenziale s-formazione cui va incontro il povero Junior pur di restare assieme alla madre. La domanda che pone Pelo malo è delle più impensabili, ovvero: quanto può essere dato per scontato l'amore materno? Quali sono gli elementi che possono portare una madre a non nutrire per il figlio alcun sentimento se non la paura che sia diverso, in qualche modo "corrotto"?

un affetto impossibile

A tale quesito Rondón risponde esplicitamente con l'oggetto della sua messa in scena, il degrado sociale di una periferia in cui povertà e solitudine dominano incontrastati. La tesi (assai condivisibile) della regista è quindi che anche un sentimento teoricamente naturale come l'affetto materno ha bisogno di essere educato per sbocciare, necessita di un contesto che lo aiuti a crescere. Le case popolari di Pelo malo invece sono un terreno in cui anche un affetto così scontato rischia di venire meno, specie se si trova di fronte alla "sfida" di accettare una supposta diversità che mal si coniuga con la visione di virilità che domina in quell'ambiente. E' difficile seguire i ritagli di quotidianità con cui la Rondón compone il suo film e non sentire alla fine una stretta al cuore nel momento in cui madre e figlio dichiarano a vicenda di non volersi bene. Ma ancora peggio è assistere a quanto Junior acconsente di fare pur di rimanere con la madre. Di fronte alla minaccia di esser mandato a vivere con la nonna, il ragazzo infatti cede alle pressioni e abbandona il sogno dei capelli lisci, lasciando che la madre glieli tagli a zero. La testa rasata di Junior su cui si chiude il film è il segno che a vincere è stata la paura, la necessità di uniformazione, l'appiattimento di ogni diversità in nome di un'omologazione spersonalizzante. Una chiusa che vorremmo chiamare pessimista, se non ci sentissimo terribilmente ingenui a definirla tale.

Pelo malo Vincitore del premio per la miglior sceneggiatura e miglior interpretazione femminile al Torino Film Festival, Pelo malo è il racconto diretto e privo di spettacolarizzazioni di un difficile rapporto madre-figlio calato nella dura realtà della periferia venezuelana, un contesto in cui anche l’amore materno può morire soffocato.

7

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