Venezia71

Recensione Pasolini

Abel Ferrara e Willem Dafoe portano sul grande schermo la tormentata figura del celebre e controverso intellettuale

recensione Pasolini
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Intellettuale ardimentoso e controverso; scrittore, poeta e drammaturgo di folgorante talento e in costante rottura con le convenzioni e la “moralità” dei propri tempi; regista di straordinaria originalità, in grado di realizzare pellicole imprescindibili quali Accattone, Mamma Roma e Il Vangelo secondo Matteo, ma anche titoli “scandalosi” e censuratissimi del calibro di Teorema e Salò o le 120 giornate di Sodoma. Pier Paolo Pasolini è stato tutto questo e molto altro ancora: impossibile racchiudere entro la durata di un film (soprattutto se lungo appena 86 minuti) l’inestricabile complessità di un uomo che ha rivoluzionato la cultura italiana della seconda metà del Novecento, e la cui drammatica scomparsa, la notte del 2 novembre 1975, non ha fatto che aumentare l’eco delle sue parole e il valore di un’eredità artistica con pochi eguali nel panorama del secolo scorso.

A tentare questa impresa non certo facile, ovvero restituire attraverso il grande schermo la figura - pubblica e privata - di Pier Paolo Pasolini, è stato il regista americano Abel Ferrara, che con Pasolini torna in concorso al Festival di Venezia per la sesta volta dopo Snake eyes (1993), Fratelli (1996), New Rose Hotel (1998), Mary (2005), vincitore del Gran Premio della Giuria, e 4:44 - Last day on Earth (2011). Un progetto di estremo interesse, sia per la statura del personaggio al centro della pellicola (e per il mistero che ancora circonda le circostanze della sua morte), sia per la caratura dei nomi coinvolti nel biopic firmato da Ferrara: a partire dal protagonista Willem Dafoe, il quale sfrutta la sua sorprendente somiglianza con Pasolini per dar vita ad un’interpretazione mimetica e sapientemente sotto le righe. La prima sequenza del film ce lo mostra con gli occhiali scuri, nella penombra di una sala di montaggio, impegnato a visionare alcuni spezzoni di quello che sarebbe stato il suo ultimo lavoro per il cinema, la sconvolgente discesa agli inferi di Salò o le 120 giornate di Sodoma. Poco più tardi, sono le parole dello stesso Pasolini / Dafoe, nel corso di una breve intervista, ad illustrare in maniera fugace il pensiero dello scrittore bolognese e la sua disincantata visione della società italiana degli Anni ’70.

Tra biopic e metacinema

Il film di Ferrara, tuttavia, non si spinge più in profondità nel suo ritratto dell’autore di Ragazzi di vita, Una vita violenta e Petrolio, innovativo romanzo rimasto incompiuto; le scene di vita familiare di Pasolini si limitano a mostrare lo scrittore intento nella lettura del giornale, a pranzo con l’amatissima madre Susanna (impersonata dalla grande Adriana Asti) o in compagnia dell’eccentrica Laura Betti, sua storica amica e collega di set (qui interpretata da Maria de Medeiros). Ferrara tenta inoltre di creare un ideale “controcanto” in chiave poetica alla sua rappresentazione delle ultime ore di vita di Pasolini innestando all'interno della trama un subplot metacinematografico che vede protagonisti uno degli attori feticcio di Pasolini stesso, Ninetto Davoli, e uno stralunato Riccardo Scamarcio nei panni dello stesso Davoli da giovane: due “pellegrini” in viaggio in una Roma fascinosa e perversa, teatro di orge notturne, all'inseguimento di una stella cometa che potrebbe annunciare l’arrivo del Messia.
Uno spunto curioso, ma non certo sufficiente ad esprimere la natura problematica e rivoluzionaria dell’opera di Pasolini; e nell'ottica di un racconto complessivo fiacco ed abbozzato, finisce per perdere intensità perfino la ricostruzione - con toni pedissequi quasi da docu-fiction - della tragica notte dell’uccisione di Pasolini all’idroscalo di Ostia. Mentre a mancare è proprio la tenebrosa visceralità dei migliori film di Ferrara, qui in una delle sue prove più appannate e, purtroppo, meno convincenti.

Pasolini Il regista americano Abel Ferrara tenta di restituire la figura di Pier Paolo Pasolini, fra la dimensione intellettuale e la vita privata, affidandosi alla mimetica interpretazione di Willem Dafoe; ma il suo film, in concorso alla 71° edizione del Festival di Venezia, non riesce ad esplorare in maniera convincente il carattere problematico e rivoluzionario dell’opera di Pasolini, né tantomeno a cogliere le varie sfumature della sua umanità quotidiana, lasciando un innegabile senso di delusione.

6.5

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