Recensione Paris - Manhattan

Alice, una bella farmacista parigina, ha un'ossessione morbosa con Woody Allen che le rende difficile trovare un fidanzato...

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Primo lungometraggio di Sophie Lellouche, che precedentemente aveva diretto il cortometraggio Dieu, que la nature est bien faite! (1997), è uscito il 18 luglio 2012 nelle sale francesi Paris-Manhattan, al cinema dall’8 novembre in Italia. Tipica commedia dolce e leggera alla francese, debitrice dell’assoluta centralità di Woody Allen nel film, ha come protagonisti la bella Alice Taglioni, già vista in Cash - Fate il vostro gioco (E. Besnard, 2008), e Patrick Bruel, reduce dal recente successo di Cena tra amici (A. de La Patellière, M. Delaporte, 2012).

Alice (interpretata, appunto, da Alice Taglioni) è farmacista, un po’ solitaria e un po’ sognatrice, e con un’ossessione spiccatamente morbosa per Woody Allen, di cui conosce tutti i film e col quale è solita interloquire in cerca di consigli. Apparentemente assorbita dal suo soliloquio alleniano, Alice è incapace di trovarsi un ragazzo, almeno finché il padre (un grande Michel Aumont) non ci metterà lo zampino, suggerendo l’incontro un po’ fortuito un po’ voluto tra la figlia e Victor (Patrick Bruel) nella notte parigina. Sarà la scintilla che porterà Victor ad innamorarsi di Alice e a rincorrerla, vivendo a bruciapelo le divertenti esperienze della vita quotidiana, e rincorrendo l’oggetto dei suoi desideri, problematica e non incline a lasciarsi andare. Alla trama principale si affiancano alcuni sottotesti, quello della sorella (interpretata da M. Delterme) e dell’amante Pierre (L. de Lencquesaing) e quello molto più ridotto dei genitori. Tutti i personaggi e le loro storie, in conclusione, ruotano attorno al baricentro rappresentato da Woody Allen, che più o meno indirettamente condizionerà le loro storie e farà da pretesto per un allargato impiego di citazioni.

LUI, LEI e... l’ALLEN !

Il film, molto breve (solo 77 minuti), non brilla certo di originalità: pressoché prevedibile in ogni suo svolgimento, dipinge personaggi e situazioni viste e riviste. Lo spirito è quello tipico della commedia francese, con una sequela di citazioni più o meno eloquenti, a partire dal personaggio di lei che, oltre a raccogliere un po’ di Amélie Poulain (Il favoloso mondo di Amélie, 2001), è una chiarissima riduzione da Provaci ancora, Sam (Herbert Ross, 1972), in cui era Woody Allen a rifarsi a un immaginario Humphrey Bogart (Jerry Lacy) come modello di vita e voce di consiglio personale. Qua la strategia di Play it again, Sam torna ma rovesciata, e non a caso Woody Allen passa dalla posizione A, del protagonista che cerca il proprio mentore, alla posizione B, come mentore di Alice, la quale, oltre a conversare con lui per larga parte del film, impiega molto tempo nel suo lavoro da farmacista a prestare i dvd dei film di Woody Allen ai clienti come fossero una terapia, una sorta di prescrizione medica contro i malanni interiori. A sottolineare infine il sottotesto alleniano, come se ce ne fosse bisogno, c’è ovviamente il titolo: Paris-Manhattan, citazione diretta a Manhattan (W. Allen, 1979). Nell’accostarla a Parigi è evidente l’intento di voler far scivolare il mondo della protagonista in un mondo immaginario, fatto di illusioni e fuochi fatui, di cui Parigi rappresenta la quotidianità, Manhattan il mondo ideale della sua passione per i film di Woody.

LA FRANCESITÀ FATTA PELLICOLA

In sintesi, la commedia è piacevole e scorre in fretta, ma non resta impressa. Nessun elemento segna in profondità lo spettatore. E anche se Woody Allen ci affascina per le sue parole, Parigi per la sua bellezza e i protagonisti per il loro correre e scappare che ricorda tanto gli Emotivi anonimi di Jean-Pierre Améris (2010), guarda caso altro film francese, ad ogni modo non si tratta di nulla di nuovo. La notevole brevità del film non aiuta il lungometraggio a fare breccia nel gusto dello spettatore, che se ne dimenticherà ben presto come fosse una qualsiasi commedia delle tante. Encomiabile la colonna sonora, le cui sonorità jazz e swing sono un ulteriore omaggio ad Allen (ulteriormente rimarcato dalla comparsa del clarinetto), con una sequenza di apertura che è l’unica vera stella di merito del film: un alternarsi di inquadrature e carrellate all’interno della camera di Alice, condita da Bewitched di Ella Fitzgerald e da una fotografia calda e sfumata (merito di Laurent Machuel), con dettagli su alcuni particolari sparsi che ci introducono magistralmente il personaggio, tra cui un libro su Freud.

Paris-Manhattan In sostanza il film non afferra, può andare bene per un'affettuosa coppia di fidanzati sdraiata sul divano in cerca di qualcosa di piacevole in televisione, ma decisamente non vale il prezzo del biglietto al cinema: breve, scontato e senza qualcosa di veramente significativo a colpire lo spettatore. Se non la colonna sonora. Provaci ancora, Sophie!

6

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