Venezia 2012

Recensione Paradies: Glaube

Ulrich Seidl si aggira tra fede e disagio

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L’austriaco classe 1952 Ulrich Seidl aveva già provveduto a far parlare di se tramite il discusso Canicola (2001), che, ambientato in un atipico quartiere viennese nei giorni della canicola, vedeva i residenti delle villette e dei condomini del posto spinti dal caldo soffocante ad assumere comportamenti inusuali.
E continua a far parlare di se mettendo in cantiere una trilogia incentrata su tre diversi percorsi per trovare il proprio Paradiso e il proprio tipo di amore, rendendone protagoniste tre donne appartenenti alla stessa famiglia.
In Paradies: Liebe (2012), infatti, avevamo Margarete Tiesel nei panni di Teresa, cinquantenne austriaca che, sulle spiagge del Kenya, si dedicava al turismo sessuale in cerca di giovani africani disposti a fare sesso con lei in cambio di denaro; in Paradies: Hoffnung, in uscita nel 2013, la protagonista sarà sua figlia adolescente, alle prese con la prima relazione sentimentale in un campo estivo per dimagrire.
Questo secondo tassello, invece, aggiudicatosi il Premio Speciale della Giuria presso la sessantanovesima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, ha per protagonista la sorella cattolica della donna, Anna Maria, con le fattezze della Maria Hofstätter che fu proprio nel cast del citato Canicola.

Anna Maria, piena di grazia

E’ una donna sola di circa cinquant’anni per la quale il Paradiso è Gesù, tanto da dedicare le proprie vacanze alle missioni religiose, al fine di fare in modo che l’Austria ritrovi la via della virtù.
Quindi, nei suoi quotidiani pellegrinaggi a Vienna passa di porta in porta munita di una piccola statua della Madonna; fino al giorno in cui, dopo anni di assenza, torna a casa il marito, paraplegico egiziano di religione musulmana costretto a vivere su una sedia a rotelle, cui concede anima e corpo Nabil Saleh.
Ed è da questo momento che la vita di Anna Maria esce dai binari, con i conflitti che vanno ad aggiungersi alle preghiere ed alle lodi.

Questione di fede... o d’amore?

Infatti, non solo abbiamo una situazione in cui l’uomo getta in terra una foto del Papa e tutti i crocifissi della casa, ma ascoltiamo anche la moglie dirgli che, secondo lei, l’incidente che lo ha ridotto così non fu altro che una prova di Dio dovuta alla sua “passione” per l’alcool.
Una figura femminile sicuramente diversa dalla sorella protagonista della pellicola precedente, in quanto, come il regista spiega: “Le due sorelle, ambedue donne che hanno passato la cinquantina, hanno un problema simile. Sono tutte e due deluse dall’amore, dagli uomini, sono sessualmente frustrate ed avvertono un grande desiderio di colmare il loro vuoto interiore. Ma ognuna affronta il problema in modo diverso: una cerca (in Kenya) l’amore carnale, l’altra, invece, cerca l’appagamento nell’amore spirituale per Gesù, che, però, per lei, in fin dei conti, è un uomo in carne ed ossa”.
Una figura femminile che, a partire dalla sequenza di apertura, nel corso della quale, dinanzi al crocifisso, si toglie il reggiseno e comincia a prendersi a frustrate sulla schiena, non manca di rendersi protagonista di momenti disturbanti.
Man mano che la vediamo camminare in ginocchio per la casa mentre prega e che la camera di ripresa si mostra facilmente propensa ad inquadrare non più giovani corpi nudi femminili.
Del resto, non manca neppure una gratuita orgia notturna hard style in mezzo a un prato durante l’oltre ora e cinquanta di visione che, comunque, spinge anche a sghignazzare in alcuni momenti, complici situazioni decisamente grottesche (sarebbe sufficiente citare il tizio che, nel corso di una preghiera, si cimenta in un discorso riguardante il grasso delle donne).
Con il passato da documentarista dell’autore che è facilmente intuibile dalla maniera piuttosto realistica cui ricorre per raccontare il tutto; in fin dei conti nient’altro che un blasfemo e crudele elaborato anticlericale atto ad avanzare molto lentamente a suon di inquadrature fisse, quasi associabili a un lungo insieme di quadri assemblati l’uno dopo l’altro.

Paradies: Glaube Aggiudicatosi il Premio Speciale della Giuria presso la sessantanovesima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è il secondo tassello della trilogia concepita dall’austriaco Ulrich”Canicola”Seidl riguardante tre diverse donne - appartenenti alla stessa famiglia - alle prese con tre diversi percorsi per trovare il proprio Paradiso e il proprio tipo di amore. Un racconto per immagini disturbante, blasfemo e crudele, ma non privo di spruzzate d’ironia, che si regge in particolar modo sulla prova della protagonista Maria Hofstätter; mentre procede con la camera di ripresa estremamente fissa ed emana un realismo tale che quasi gli fa assumere le fattezze di un documentario. In ogni caso, solo per i seguaci di Seidl e per coloro che intendono approfondire le tematiche affrontate dalla trilogia in questione.

6

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