Venezia71

Recensione One on One

Kim Ki-Duk torna per il terzo anno consecutivo alla Mostra del Cinema di Venezia

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Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

È la sera di un 9 maggio qualsiasi, in un posto qualsiasi della Corea del Sud. Una scolaretta viene aggredita e uccisa da un misterioso gruppo di uomini dalle motivazioni sconosciute. Passa qualche tempo, e i responsabili dell'efferato gesto vengono rapiti, uno alla volta, e successivamente torturati e costretti a scrivere una confessione. I responsabili di quest'atto di ritorsione sono il team paramilitare e terroristico delle Ombre, composto da disperati che non hanno nulla da perdere, a parte la propria umanità. Travestiti ogni volta in modo diverso, mettono in atto una serie di sceneggiate volte a terrorizzare gli assassini della ragazza in nome di una giustizia sociale che, altrimenti, non riescono a vedere nella loro vita di tutti i giorni, vessati da ingiustizie di tutti i tipi a cui non sanno ribellarsi. Le “vittime” del rapimento reagiscono ognuna a modo proprio, e una in particolare riesce a scoprire chi e cosa c'è dietro alle Ombre... e in fin dei conti sembra che nessuno sia dalla parte della ragione, in One on One.

Tutti vittime e carnefici

Non c'è due senza tre ed ecco che Kim Ki-Duk torna a Venezia per il terzo anno di seguito, dopo il trionfo con Pietà nel 2012 e lo scivolone di Moebius l'anno scorso, con un film che parla ancora una volta di disagio sociale nella moderna società coreana, di sensi di colpa, di catarsi nella violenza e del costante senso di impotenza che caratterizza l'essere umano. Se l'anno scorso la riflessione sulle distruttive pulsioni sessuali si perdeva in una sequela di bizzarrie all'interno di un singolarissimo “quadretto” familiare ma manteneva comunque una sua valenza simbolica e artistica, quest'anno il responsabile di pregiate pellicole come Ferro 3 o La samaritana sembra letteralmente girare a vuoto alla ricerca di un posteggio in centro. Per circa due ore, difatti, assistiamo allo stanco reiterarsi di un rapimento dietro l'altro, mentre il regista coreano mette in scena i singoli drammi personali dei membri dei due “commando” senza tuttavia riuscire a dar loro un valido sbocco. Tutti i numerosi protagonisti della vicenda vivono un disagio di natura familiare o lavorativa, che Kim Ki-Duk ritiene radicato nella attuale società del suo paese: il giovane intelligente e preparato che tuttavia non trova lavoro e si ritrova a dover gravare sulla famiglia; la giovane donna succube del compagno violento; l'aiuto meccanico che non riesce a dare una svolta alla sua vita; o i vari personaggi che inseguono la sicurezza economica a tutti i costi, accettando di eseguire qualunque ordine pur di perseguire il proprio (apparente) benessere. Come dicevamo, però, sono solo abbozzi di situazioni che non vedono poi ulteriore sviluppo. Forse il messaggio che vuole fare passare il cineasta asiatico è, nuovamente, assai pessimistico, e i personaggi non devono per forza anelare a un cambiamento: ma a quel punto ci chiediamo a che serve chiudersi nel baluardo del nichilismo dato anche che il film ha la palese intenzione di far empatizzare lo spettatore con il personaggio a lui più affine.

One on One Ripetitivo, stanco e, strano a dirsi, anche banale in certi frangenti, il nuovo film di Kim Ki-Duk spreca un concept di base interessante per raccontare un coacervo di tragiche vicende personali che finisce per svanire nel nulla. Oltretutto la caratteristica mano del regista si vede raramente: per gli standard a cui ci ha abituati una mazza chiodata o un martello non ci fanno né caldo né freddo, e lo stesso dicasi dei suoi aguzzini dai dialoghi improbabili (soprattutto se appena reduci dalla visione di un The look of silence, per dire, nel quale la realtà supera qualunque fantasia). Speriamo in un ritorno, col prossimo progetto, ai fasti di un tempo.

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