Recensione On the Road

On The Road: il libro che non riusciva a raccontare se stesso...

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Beat Generation: maltrattata, spesso dimenticata, sottovalutata. Non sono poche le persone che non conoscono nulla della sua esistenza ed evoluzione, soprattutto in Italia, dove il movimento è stato solo un eco lontano annesso al più compiaciuto mito americano. Beat come beatitudine, quella causata dall'assenza di inibizioni e dall'effetto di alcool e droghe sulla mente umana; come la sconfitta, inevitabile, proveniente dalle costrizioni sociali, dai suoi schemi imposti e inamovibili; come il battito, il ritmo della musica jazz, del be bop, della cadenza dei versi delle poesie. Beat come consapevolezza dell'istante, come ribellione. Ci sono tantissimi concetti dietro il concetto di Beat Generation, un movimento che è riuscito a scuotere il tessuto intrinseco della società americana degli anni Cinquanta ponendo le basi per tutte le successive, e più celebri, rivoluzioni. Oggi gli chiameremmo Hipster, esistenzialisti e distaccati e già Jack Kerouac usava questo termine per definire la sua generazione: "L'hipster caldo è il folle dagli occhi scintillanti (innocente e dal cuore aperto), chiacchierone, che corre da un bar all'altro, da una casa all'altra, alla ricerca di tutti, gridando irrequieto. La maggior parte degli artisti della Beat Generation appartiene alla scuola hot". E, pur non essendo il suo primo esponente, il nome di Kerouac è quello che più viene identificato con il movimento, grazie alla sua opera On The Road.

Tutto in un solo istante

"Conobbi Dean subito dopo la morte di mio padre...": così Sal Paradiso (Sam Riley) comincia il racconto degli anni della sua giovinezza passati al fianco di Dean Moriarty (Garrett Hedlund), ex-pregiudicato dal fascino maledetto, in costante movimento e sempre alla ricerca di emozioni che lo scuotano nel profondo, sposato con la seducente e disinibita Marylou (Kristen Stewart). Sal è uno scrittore il cui romanzo non riesce a prendere vita, bloccato in una routine che non riesce a ispirarlo e scuoterlo nonostante le serate passate a svuotare la propria mente e la propria stessa esistenza con l'amico Carlo (Tom Sturridge). Dean diviene per lui la scintilla vitale, l'insanità e l'instabilità da ammirare, studiare, osservare in disparte lasciandosi permeare dolcemente. Quando il ragazzo si rimette in viaggio verso l'ovest, Sal decide di giocarsi la sua unica occasione per imparare a vivere un'esistenza senza costrizioni costruita sulla strada. Droghe, feste, alcool, conoscenze di una notte, allucinazioni, conversazioni profonde: tutto diviene oggetto e soggetto delle loro giornate consumate al massimo.

Complicazioni di un flusso di coscienza

"La Beat Generation è un gruppo di bambini all'angolo della strada che parlano della fine del mondo". Ancora una volta è Kerouac che cerca di dare una definizione d'impatto, priva di fronzoli di alcun tipo, al suo modo di vivere. Sarà proprio per questo suo modo di esprimersi libero da ogni schema narrativo e stilistico fino a quel momento conosciuto e accettato come dogma che il suo On The Road è diventato il manifesto su carta della Beat Generation. Un racconto diretto, reale e immaginario allo stesso tempo, dove la storia stessa di Jack Kerouac si mescola con quella dei suoi personaggi e amici di vita. Non è un segreto che, dopo anni passati a vedersi porte sbattute in faccia da vari editori che non vedevano nel manoscritto un progetto redditizio, alla fine l'autore sia dovuto scendere a compromessi: ripulire il linguaggio delle indecenze più estreme e cambiare i nomi dei personaggi, onde evitare future cause di diffamazione. Già, perché quei Dean Moriarty, Marylou, Camille, Bull Lee o Carlo altri non erano che alter ego su carta di Neal Cassady, Luanne Henderson, Carolyn Cassady, William S. Burroughs e Allen Ginsberg; così come Sal Paradiso era la rappresentazione di Kerouac.
Soffermandosi anche solo alla sua versione cartacea, On The Road è un'opera complessa da assimilare, fatta di continui scontri e variazioni di registro, narrato quasi di getto e senza filtri. Tenere il ritmo di Dean e Sal nel loro viaggio avanti e indietro per gli Stati Uniti è un'impresa che richiede dedizione e concentrazione, un'energia vitale e una voglia di consumare le ore pari a quella dei protagonisti della storia. Un racconto costruito come se si trattasse di un puzzle di cui non tutti i pezzi sono stati ritrovati e molti dei presenti sono alterati e consunti, dove ogni esperienza ti brucia fino agli eccessi del possibile per poi lanciarti in pagine di immenso nulla, lento e tedioso. Sarà anche per questo che di fare un adattamento al cinema dell'opera se n'è parlato da sempre (si narrano leggende secondo le quali lo stesso Kerouac abbia mandato nel 1957 una lettera a Marlon Brando, offrendogli l'acquisto dei diritti cinematografici e la parta di Dean e riservandosi per se stesso il ruolo di Sal), senza però arrivare a nulla fino a oggi. Come traslare una struttura di questo tipo in immagini senza perdere la sua essenza?

Un viaggio difficile

"Le sole persone che esistono sono quelle che hanno la demenza di vivere, discorrere, di essere salvate, che vogliono vivere tutto in un solo istante, quelle che non sanno sbagliare". Poche righe e l'immagine di una persona, un determinato di persona, si disegna nell'immaginario del lettore, completo di suoni, movimenti, odori. Eppure il processo inverso è maledettamente complicato da portare a termine: perché quella stessa immagine, quando non è stata la nostra immaginazione a concepirla, non ci dà le stesse emozioni? È tutto qui il problema fondamentale di On The Road: sulla carta gli elementi per raccontare al meglio la storia di Kerouac ci sono tutti, ma il risultato finale è un complesso asettico con bagliori sparsi nell'etere. Walter Salles, avvicinatosi al progetto dopo aver diretto I Diari della Motocicletta, ha una sua esperienza con il genere e la dimostra nella scelta sapiente di molte inquadrature (studiate insieme all'amico e direttore della fotografia Eric Gautier), concepite come fotografie dei grandi spazi western che hanno caratterizzato i sogni della Beat Generation. Garrett Hedlund, con la sua aria stralunata e la fisicità energica, è un perfetto Dean Moriarty, capace di risultare credibile in ogni folle sfumatura del suo personaggio. Difficile resistere alla voglia di saltare in macchina con lui. Sam Riley regala un Sal sempre più corrotto, a tratti ingenuo e trasognato e, persino Kristen Stewart, per quanto non sveli nessuna dote espressiva fino a ora nascosta, regala una Marylou straziata e trascinante.
Nonostante ciò qualcosa continua a non quadrare. Saranno forse gli inevitabili e comprensibili maneggiamenti alla sceneggiatura che tende a dare maggiore peso a personaggi importanti ma solo di contorno (la stessa Marylou nel film acquista più rilevanza del dovuto) e a confinare a puro contorno accennato elementi fondamentali come la musica, protagonista al pari di Sal e Dean dell'avventura sulla strada. Sarà perché 130 minuti di altalena tra momenti pieni di energia e lunghe sequenze di stasi non rendono sullo schermo la stessa evoluzione disegnata sulla carta. O solo perché un percorso come quello di On The Road, così simbolico e corrosivo, fatto di instabili equilibri di pieni e vuoti mentali, è quasi impossibile da rendere in modo impeccabile su pellicola.

On the Road Il percorso evolutivo di On The Road non è mai stato semplice sin dalla sua prima stesura. È un destino beffardo quello che perseguita l’opera di Jack Kerouac, che si presenta sempre su un livello superiore rispetto allo standard di comprensione sociale del momento. Troppo diretto e sfacciato per essere un libro cult negli anni Cinquanta, così come troppo articolato per essere una pellicola di facile fruizione oggi, nel 2012. Inerte, a tratti soporifera, sofferta e tormentata, la pellicola non riesce a esprimersi nel migliore dei modi, regalando pochissimi momenti emozionali laddove si fonde con le parole, sussurrate a mezza voce fuoricampo, del suo (a tratti incompreso) autore.

5

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