Recensione Omar

A otto anni di distanza da Paradise now, Hany Abu-Assad torna a raccontare il conflitto fra israeliani e palestinesi

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«Mai confessare»: è il principio al quale, nelle prigioni israeliane, ogni detenuto dovrebbe attenersi, ma da una prospettiva più ampia si tratta anche di una necessaria “regola di vita” in una realtà in cui sotterfugi, segreti e tradimenti costituiscono gli ingredienti alla base delle relazioni interpersonali, in un’atmosfera di paranoia in cui chiunque potrebbe essere un informatore in combutta con il fronte avversario. È il contesto nel quale si sviluppa la trama di Omar, il nuovo film del regista e sceneggiatore palestinese Hany Abu-Assad, in un connubio di elementi che afferiscono ai generi del thriller spionistico, del dramma carcerario e del melodramma. Vincitore del Premio della Giuria nella sezione Un certain regard del Festival di Cannes 2013 e candidato come miglior film straniero alla scorsa edizione degli Oscar, Omar rappresenta, per il regista Abu-Assad, una degna prosecuzione (dopo la sfortunata parentesi del film in lingua inglese The Courier) di quel percorso cinematografico intrapreso nel 2005 con l’apprezzatissimo Paradise now, anch’esso incentrato sul sanguinoso conflitto fra israeliani e palestinesi.

Paradise Now?

Ambientato nel cuore della Palestina odierna, occupata dalle milizie israeliane, il film si focalizza fin da subito sul suo protagonista, Omar (l’esordiente Adam Bakri), giovane fornaio impegnato a scalare il “muro di isolamento” costruito per proteggere Israele dai terroristi, nonché simbolo ineludibile di quella profonda separazione fra due popoli e due culture costretti ad una difficoltosa convivenza. Le prime scene introducono il pubblico all’esistenza quotidiana del ragazzo: il suo lavoro nel forno, le visite in casa dell’amico Tarek (Eyad Horuani), il timido corteggiamento nei confronti della graziosa sorella di Tarek, Nadia (Leem Lubany), ma anche le angherie subite da parte dei soldati israeliani, perfino durante un semplice controllo dei documenti. Tuttavia, come per la coppia di kamikaze di Paradise now, pure Omar, Tarek e il loro amico Amjad (Samer Bisharat) celano un lato di ineluttabile violenza, derivante dall’odio contro Israele e dal desiderio di rivalsa nei confronti degli sgraditi occupanti. Tale violenza, che si traduce nell’assassinio di una sentinella israeliana con il favore delle tenebre, è l’azione che fa scattare il meccanismo drammatico del film, con la conseguente cattura di Omar, sottoposto alle torture di chi si rivelerà disposto a tutto pur di indurlo a collaborare per far arrestare i suoi compari.

La Coscienza di Omar

Quello che poteva sembrare, al principio del racconto, come un sostanziale schematismo narrativo si sviluppa invece verso direzioni impreviste, permettendo allo spettatore di addentrarsi nella progressiva ambiguità morale nella quale si imbattono i vari personaggi. Il rischio di scivolare nel manicheismo, difatti, è abilmente aggirato da Hany Abu-Assad in una pellicola che non assegna facili giudizi, né tantomeno si trasforma in un pretesto per sostenere l’una o l’altra causa. Abu-Assad, del resto, evita inutili didascalismi - a restituirci il clima di reciproca insofferenza e di perenne tensione della Palestina sono sufficienti le immagini iniziali - e non indaga le ragioni della “militanza” dei suoi giovani protagonisti; piuttosto, il vero interesse di Omar risiede in quella “zona grigia” in cui la coscienza - etica, politica, civile - dei personaggi viene posta di fronte a decisioni radicali, e in cui la fedeltà a un ideale (giusto o sbagliato che sia) si scontra con motivazioni più oscure, e non sempre davvero coerenti o sincere. Nella suddetta zona grigia si colloca pure il rapporto fra Omar e Rami (Waleed Zuaiter), l’agente israeliano che tenta di spingere il giovane a tradire i suoi complici, in un pericoloso doppio gioco in cui la sfera “politica” e quella privata finiranno per collidere con esiti inaspettati, sfociando in un epilogo scioccante ed implacabilmente amaro.

Omar A otto anni di distanza da Paradise now, Hany Abu-Assad torna a raccontare il conflitto fra israeliani e palestinesi e la strisciante violenza che porta giovani uomini a trasformarsi in assassini in Omar, candidato all’Oscar come miglior film straniero: un’opera di grande intensità in cui confluiscono elementi dello spy-thriller e del film d’azione, del dramma carcerario e del melò, amalgamati dal regista con notevole equilibrio ed efficacia.

7.5

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