Recensione Oltre le colline

Una storia al limite tra amicizia e lesbismo, in un convento disperso nelle nevi della Romania.

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Aveva conquistato Cannes nel 2007 con “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”, un film che riflette la sua vocazione postdicembrista più di ogni altro: lui è Cristian Mungiu, quarantaquattro anni, laureato in letteratura inglese. E’ tornato a Cannes, alle sessantacinquesima edizione, con un film che non si può dire sia per tutti i palati: Dupa dealuri, meglio noto come Beyond the hills e che in Italia è letteralmente tradotto in Oltre le colline, è una storia gelida e sferzante come il vento d’inverno. Vincitore del premio alla miglior sceneggiatura a Cannes, il film non ci ha entusiasmato ma non gli si può negare di essere coraggioso nella sua graffiante ruvidità.

CLAUSURA

Voichita (Cosmina Stratan) e Alina (Cristina Flutur) sono amiche molto legate, cresciute insieme in orfanotrofio. Voichita, diventata suora, compie un percorso di formazione presso un convento sperduto sulle alture della terra rumena. La sua cara amica Alina si reca in visita per mantenere fede al loro vecchio progetto di espatriare in Germania, ma quando Voichita dichiara di essere decisa a restare sui propri passi nella sua missione religiosa, Alina prende a sua volta gli ordini e si unisce alle suore del convento. Emerge dirompente la forza esplosiva dell’amore disperato tra le due donne: Alina fronteggerà una situazione claustrofobica e sempre più angosciosa, sforzandosi di ritrovare in Voichita la donna che amava. Ma Voichita è cambiata, il tempo che ella ha trascorso in convento l’ha trasformata, l’ha resa diversa, separandola nettamente dal mondo terreno. Si precipita così in un vortice di ansia e isolamento crescente, dove sui piatti della bilancia si misurano l’amore viscerale di una donna e la religione vecchio stile, fatta di privazioni e convinzioni rudimentali. Crescerà l’inimicizia col Prete del converto (Valeriu Andriuta), la Madre Superiore (Dana Tapalaga) e le altre suore, e Alina si troverà ben presto da sola, costretta in un isolamento sia geografico sia mentale, deformata dall’ira per avere perso la donna che ama e sentendosi stretta, nonostante viva in uno spazio aperto così ampio.

COLLINE

Il film non è esente da molti difetti, primo fra tutti una durata eccessiva ed esasperante: due ore e mezza scandite dai tempi lunghissimi, dilatati e quasi rarefatti tipici di Mungiu. Se queste scelte effettivamente corroborano le sensazioni che la raffinata trama vuole trasmettere, il rovescio della medaglia è una dispersione dei punti cardine di un plot non semplice, giocato su sentimenti complessi calati in un lungo arco di tempo. Accorciare il film di sicuro avrebbe giovato al risultato complessivo, ad ogni modo la sua durata non rovina quella che è una buona idea di sceneggiatura, sviluppata a tratti in modo apprezzabile, a tratti con una regia da dimenticare. Il dato più positivo del film è quello geografico, che risuona già dal titolo Oltre le colline, per campeggiare poi in un formato di ratio decisamente panoramico: un rapporto 2,35:1 che non fa mistero di cosa interessi realmente a Mungiu. Certi formati di ripresa, infatti, vengono scelti per privilegiare spazi aperti molto ampi: le colline del film, appunto, vere grandi protagoniste di una storia di dolore e solitudine, in cui il personaggio di Alina deve perdersi fino a diventare un puntino negli sterminati spazi innevati di un eremo sperduto. Solo alture innevate, punteggiate da rozzi capannoni in legno e, di quando in quando, dalle sagome scure delle suore o del prete. Così la condizione geografica diventa il centro orbitale del film: luogo di isolamento, spazio tanto ampio da farti sentire abbandonato e claustrofobico, ma anche luogo del vuoto e del gelo interiore, spazio che riflette l’interiorità della protagonista. Quando Alina comincia ad essere rinchiusa in uno stanzino per placare i suoi attacchi d’ira, la dicotomia tra la condizione quasi anaerobica delle colline e lo spazio realmente circoscritto della stanza in cui è rinchiusa entrano in un cortocircuito e rendono tutto ancora più vertiginoso, al punto che lo stanzino pare più confortante degli ampi spazi aperti.

RAFFINATEZZA

Quello che Mungiu riesce a fare è fabbricare una sceneggiatura sulla carta molto buona. L’idea, provocatoria e coraggiosa, di mettere in luce luoghi e contesti arretrati in cui il culto religioso viene praticato come rinuncia ad ogni cosa, è articolato sotto la pelle e nelle frustranti emozioni di una donna dall’amore non più corrisposto. Alina rifiuta tutto questo ma non ha possibilità di opporsi a una mentalità così radicata. Le idee di partenza ci sono tutte, quello che delude è la messa in scena. Il film, non ci stancheremo di ripeterlo abbastanza, si avvale di una durata eccessiva, mettendo a dura prova lo spettatore. Il sofferente minimalismo del vuoto delle colline riempito da pochi elementi (i capanni in legno, vecchie cucine, luci soffuse e basse) rende ogni minuto angoscioso. L’ansia dello spettatore cresce di pari misura con quella del personaggio, e in questo il film riesce bene. Spietato e senza mezzi termini, Mungiu rievoca ispirazioni cinematografiche capaci di scavare fino a La passione di Giovanna D’Arco, famosa pellicola muta di Dreyer del 1928, di cui recupera sia molti aspetti fondamentali del personaggio, sia soprattutto il sottotesto di angoscia e tortura esistenziale. Nel tratteggiare il suo affresco, Mungiu recupera molti colori in modo davvero vivido, gioca su una contrapposizione quasi fastidiosa tra nero e bianco, salta continuamente tra profondità di campo differenti, quando in campi estremamente lunghi, quando in primi piani, quasi a volerci far rimbalzare vicino alla protagonista, poi di nuovo lontano, ad osservare la misera condizione che si è venuta a creare in un convento che ha reciso ogni legame col mondo terreno e la vita.

Oltre le colline In conclusione, il rimpianto è per aver gestito senza compromessi la trasposizione registica del film. Una decurtazione di una trentina di minuti avrebbe corroborato i temi universali da cui il film prende spunto, anziché tenerci asfitticamente focalizzati solo sulla sventurata protagonista. Senza dubbio un film non convenzionale, che mette in luce una realtà diversa e lontana dalla nostra: quella dolorosa e ricondotta ai minimi termini del mondo così come Mungiu lo vuole raccontare, sempre alla ricerca di luoghi lontani o nel tempo (4 mesi, 3 settimane, 2 giorni) o nello spazio (Oltre le colline), ma che raccontano i grandi problemi universali della condizione umana, della solitudine, della sofferenza. Non per tutti i palati.

6

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