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Okja: La recensione del film di Netflix in concorso a Cannes

Il Festival di Cannes battezza il colosso Netflix dandogli l'onore della selezione ufficiale. Le polemiche sono state tante, ma ne è valsa la pena?

recensione Okja: La recensione del film di Netflix in concorso a Cannes
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Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

"Il mondo sta esaurendo le sue scorte di cibo, e nessuno ne parla"; è questa la premessa con cui il CEO delle industrie Mirando, l'omonima Lucy (Tilda Swinton) annuncia al mondo il suo progetto legato al creare dei maiali enormi che possono sostentare famiglie in tutto il mondo. Un allevamento sostenibile, effettuato in luoghi specifici del pianeta, in cui questa nuova specie può crescere in natura e non in cattività. La Mirando però non si ferma qui e propone, alla fine, un premio per il migliore degli allevatori che riuscirà dopo dieci anni a crescere uno dei 26 esemplari nelle migliori condizioni possibili. Tra questi maiali c'è anche Okja, data in affidamento ad una famiglia di contadini in Korea e cresciuta con una bambina di nome Mija (An Seo Hyun) che fin dalla tenera età di quattro anni l'ha amata, coccolata e cresciuta come una sorella. Mija è un'anima pura, in contrapposizione a suo nonno che in Okja vede solo un'opportunità di guadagno, un piccolo maialino d'oro pronto solo per soddisfare la sua avidità. Sarà l'amore a spingere Mija a tentare in tutti i modi di salvare la sua compagna di vita, in un susseguirsi di difficoltà che riusciranno a mettere alla prova il loro legame.

Amici per la pelle

La tenera amicizia tra Okja e Mija raccoglie a piene mani da una tradizione cinematografica incredibilmente ricca: basti pensare ai film di Steven Spielberg, che l'amico speciale l'aveva fatto arrivare dallo spazio donandogli un dito luminoso, o il maestro Hayao Miyazaki che ha disegnato forti legami tra bambine e creature sovrannaturali. Asia e America trovano un incontro nel nuovo film di produzione Netflix, che riesce ad unire due culture e tradizioni raccontando a suo modo questo legame, attraverso gli occhi di una piccola scoperta come An Seo Hyun, vera ricchezza della pellicola. Al contrario dei suoi illustri predecessori però, Bong Joon Ho fallisce nel voler trasformare quello che è chiaramente un film adatto al giovane pubblico in un fastidioso volantino di propaganda, che mescola l'immaginario fantastico con una realtà ben più concreta, costruendo un mélange tutt'altro che convincente. Le splendide prime sequenze iniziali di connessione tra l'animale e la piccola umana appaiono infatti forzatamente ipocrite e ricattatorie al netto di un finale profondamente drammatico che punta il dito sul processo industriale di creazione del cibo che arriva ogni giorno sulle nostre tavole. Al di là delle questioni etiche che un argomento così attuale e scottante può sollevare, il processo fallisce soprattutto dal punto di vista cinematografico, nel trovare un target di riferimento e nel dare consistenza al film - che finisce per perdersi insieme alla piccola protagonista. A confondere ancora di più le acque i personaggi di Tilda Swinton e Jake Gyllenhaal, ridotti a fastidiose macchiette che non riescono a donare credibilità al tema - che invece avrebbe sicuramente meritato molto più rispetto. Okja tenta di strappare al suo pubblico una risata divertita insieme ad un momento di riflessione, ma fallisce in entrambi i casi e si trasforma in un'occasione sprecata.

Soprattutto se si considera l'ottima regia di Bong Joon Ho che regala prospettive ed inquadrature interessanti, dipinte dal sempre eccellente Darius Khondji che riesce a rendere perfettamente credibili scenari e momenti diversi, giocando di contrasti e cromatismi che rendono tanto colorata la natura quanto grigia e artificialmente illuminata la crudele catena alimentare delle industrie Mirando. Una confezione pregevole con una grande attenzione ai dettagli, che tuttavia si trova ad inanellare in fase di scrittura una serie di scelte povere, che rendono vano lo sforzo della messa in scena.

Okja Una splendida messa in scena e un'adorabile protagonista non riescono comunque a salvare Okja, che non riesce a rendere credibile un tema tanto scottante quanto attuale. Lo sviluppo si fregia di gag fuori luogo, il finale risulta ipocrita e ricattatorio, e nel complesso manchevole di un rispetto che il tema avrebbe sicuramente meritato, soprattutto nella seconda, più matura e adulta, parte del film. Un mezzo passo falso per Netflix, proprio sulla sua via verso la scalinata del tappeto rosso di Cannes.

5

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