Recensione Non escludo il ritorno

La malinconica 'terza vita' di Franco Califano raccontata da Stefano Calvagna

recensione Non escludo il ritorno
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Nel corso della fase di lavorazione era Califano... L'ultimo concerto, ma, prendendo in prestito il titolo della canzone scritta da Franco Califano insieme a Federico Zampaglione, è stato poi trasformato in Non escludo il ritorno il biopic riguardante il noto cantautore romano (scomparso nel Marzo del 2013) e che porta la firma dello Stefano Calvagna regista, tra gli altri, di E guardo il mondo da un oblò (2007), Il lupo (2007) e Cronaca di un assurdo normale (2012); il quale precisa: "Quello che intendo raccontare con questo film è quella che chiamo la ‘terza vita' del Maestro Califano. Se consideriamo la prima vita come quella in cui egli conobbe il successo e la seconda quella in cui lo vide lentamente sgretolarsi, la terza vita è quella in cui lui provò con tutto se stesso a tornare in gioco, sfidando tutto e tutti. La cosa particolare, per cui valga la pena di realizzare un film per raccontarla, è che proprio in questo periodo il Maestro venne colto dalla malattia che gli impedì di tornare a vivere. È incredibile come egli abbia vissuto questa sua situazione fisica, basti pensare che tutte le volte che gli chiedevano come stesse, lui rispondeva: ‘Bene, solo un po' di raffreddore...'".

L’ultimo concerto...

Lo stesso Calvagna che veste anche i panni di un road manager nel corso degli oltre novanta minuti di visione che vedono il cantante ed imitatore Gianfranco Butinar magistralmente calato proprio nel ruolo dell'autore di successi quali Io non piango e Tutto il resto è noia.
Successi che, come pure Tac e la splendida Minuetto, non possono fare a meno di accompagnare sullo schermo l'ultima fase dell'esistenza di colui che, convinto che le donne si dividano in quelle da portare a cena e quelle da portare a letto, aveva nella segreteria telefonica un esilarante "Chi non lascia un messaggio non arriva fino a Maggio".
Perché non è certo la sua ironia ad essere celata nell'operazione, che, non priva neppure di una frecciatina al digitale che ha "ammazzato" la pellicola e rischia non poco di rendere disoccupati i lavoranti della Settima arte, tira addirittura in ballo Michael"Le iene"Madsen nella breve parte di un organizzatore di eventi a livello internazionale.
Mentre sono una Nadia Rinaldi che si occupa del Califfo nell'ultimissimo periodo della sua esistenza, un amico di vecchia data con le fattezze di Franco Oppini, un Enzo Salvi impresario, un Saverio Vallone sacerdote ed i fan Andrea De Rosa, Danilo Brugia e Rossella Infanti a popolare il coinvolgente ritratto da schermo di un eccentrico artista secondo cui l'amore durava quanto la passione e l'alba non era l'inizio del giorno, ma la fine della notte.
Un artista a quanto pare desideroso di realizzare una commedia intitolata Natale a Rebibbia e che, qui impegnato tra Teatro Flaiano, una conferenza stampa al Festival di Sanremo e un incontro con un pugile interpretato da Claudio"Rabbia in pugno"Del Falco, andava alla ricerca delle cose semplici mantenendo la lontananza dai mondi borghesi; confermando che il non conformarsi alla regola può portare all'allontanamento dalla società che ci circonda, ma, al contempo, che ciò rappresenta la scelta migliore per rimanere se stessi.
Un po' come Calvagna stesso, il quale, rimanendo fedele alla propria maniera di girare a bassissimo costo e senza major alle spalle, sembra quasi trasferire in questo uomo di spettacolo scomodo ed emarginato il suo alter ego davanti all'obiettivo di ripresa.
Ed è probabilmente per questo che l'impressione immediata è quella di trovarsi dinanzi alla sua opera più personale e riuscita.

Non escludo il ritorno “Io racconterò la persona di Franco Califano nella stessa semplicità e nella semplicità in cui amava vivere”. E bisogna dire che, supportato anche dall’ottima interpretazione di Gianfranco Butinar, ha mantenuto la promessa il regista Stefano Calvagna nel portare sullo schermo l’ultima fetta di vita del cantautore romano che ci ha regalato Minuetto e Io non piango. Perché, con un onnipresente velo di malinconia ulteriormente rafforzato dal fondamentale apporto delle musiche a firma di Paolo Vivaldi, la oltre ora e mezza di visione di Non escludo il ritorno provvede a concretizzare la agrodolce, emozionante cronistoria di un grande artista ormai all'ombra del successo ma sempre convinto che sconfiggi la vittoria se sorridi alla sconfitta. Quindi, è soltanto una vergogna che il film sia stato del tutto escluso dalle selezioni per il Festival internazionale del Film di Roma 2014, dove, al di là della riuscita dell’operazione, al Califfo, simbolo sonoro della Città Eterna, sarebbe spettato di diritto uno spazio.

7

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