Recensione Non aprite quella porta 3D

Il nuovo massacro di Leatherface in 3D!

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"Il film che state per vedere è un resoconto della tragedia che è capitata a cinque giovani, in particolare a Sally Hardesty e a suo fratello invalido Franklin. Il fatto che fossero giovani rende tutto molto più tragico. Le loro giovani vite furono spezzate da eventi così assurdi e macabri che forse neanche loro avrebbero mai pensato di vivere. Per loro, un'idilliaca gita pomeridiana estiva si trasformò in tragedia. Gli avvenimenti di quella giornata portarono alla scoperta di uno dei crimini più efferati della storia americana".
Con questa didascalia, nel lontano 1974, apriva Non aprite quella porta di Tobe Hooper, horror concepito a basso costo che, ambientato il 18 Agosto dell'anno precedente e destinato a trasformarsi in un vero e proprio classico del genere, raccontò il massacro attuato da una squilibrata famiglia di cannibali ai danni del quintetto di giovani di cui sopra.
Squilibrata famiglia di cannibali comprendente, tra gli altri, l'imponente Leatherface, incarnato da Gunnar Hansen e con il volto celato sotto una maschera in pelle umana, nonché propenso a sfruttare la propria motosega per affettare e trasformare in pietanze da servire in tavola le sue vittime.

Parola del produttore Carl Mazzocone

Io considero l’originale Non aprite quella porta come uno dei cinque film più spaventosi mai fatti. Ero un grande fan dell’originale, quando riuscii finalmente a vederlo fino alla fine. Ciò che rese l’originale un tale classico è che era realistico. Tutto in esso sembrava poter essere accaduto davvero. Quando uscì fu lanciato come storia vera e molta gente ci crede ancora oggi. Questo non per mancare di rispetto ai cineasti che sono stati coinvolti nella catena nel corso degli anni, ma io sentivo come se non vi fosse rimasto più tanto oro nella miniera.

Leatherfaces!

Un personaggio destinato a diventare, nel decennio successivo, una vera e propria icona del genere, insieme ai vari Freddy Krueger, Jason Voorhees e Michael Myers, e che, interpretato, di volta in volta, da attori diversi, è tornato in azione in ben tre sequel concepiti tra il 1986 e il 1994, rispettivamente firmati dal già citato Hooper, Jeff"Il patrigno 2"Burr e Kim Henkel, produttore associato e co-sceneggiatore del capostipite.
Tre sequel, in realtà, tutt'altro che uniti dalla continuità, tanto da apparire, ognuno, quasi come remake della pellicola di Hooper; ancor più dell'ottimo, vero rifacimento diretto nel 2003 da Marcus Nispel, il quale vide nei panni del mostro l'Andrew Briyniarski che gli concesse anima e corpo, tre anni dopo, anche nell'addirittura superiore prequel Non aprite quella porta-L'inizio, realizzato dal Jonathan Liebesman già responsabile del mediocre Al calare delle tenebre, incentrato sulla fata dei denti assassina (!!!).

Un massacro di... nuove dimensioni

Quindi, considerando il titolo di questo nuovo tassello, c'era da aspettarsi da un lato un proseguimento della pellicola di Nispel, dall'altro una rilettura in tre dimensioni del capostipite; del quale, invece, si propone come diretta continuazione, tanto da aprire con le immagini dei suoi punti salienti.
Infatti, con il Bill Moseley di Non aprite quella porta parte 2 e il succitato Hansen coinvolti in una breve apparizione, si prosegue dal momento in cui Sally Hardesty riesce a sfuggire alla combriccola di pazzi, per poi tirare in ballo l'infuriata folla di cittadini impegnati a darli alle fiamme con la loro stessa abitazione.
Prima di passare ai giorni nostri, quando la giovane Heather Miller, con il volto della Alexandra Daddario vista in Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo: Il ladro di fulmini e unica, inconsapevole componente della famiglia sopravvissuta al rogo, non solo scopre di aver ereditato una sontuosa villa vittoriana nel Texas da una nonna che nemmeno sapeva di avere, ma si rende anche conto di esserne l'unica proprietaria.
Anche perché non immagina che, all'interno della dimora, si trovi proprio Leatherface alias Dan Yeager, impaziente di trucidare i suoi amici Nikki, Ryan e Kenny, rispettivamente con le fattezze di Tania Raymonde, Trey Songz e Keram Malicki-Sánchez; oltre all'autostoppista Darryl, incarnato da Shaun Sipos.

Orrori familiari

Però, tenendo conto del fatto che il film di Hooper, come già accennato, era ambientato nel 1973, sebbene qui non vengano mai fornite date, come è possibile che la protagonista, nel presente, ovvero quattro decenni dopo il massacro, abbia un'età che oscilla intorno ai vent'anni?
E' soltanto uno degli interrogativi involontariamente generati dallo script a cura di Kirsten Elms, Debra Sullivan e dell'Adam Marcus regista di Jason va' all'inferno; ovvero la nota dolente dell'insieme, provvisto di decisamente inverosimili reazioni da parte dei personaggi (si pensi al poliziotto che, completamente solo, si avventura nella casa in cerca di indizi).
Per non parlare del fatto che finisce per non sfruttare a dovere due sequenze che promettevano decisamente bene come quella ambientata al luna park e l'altra del cimitero, nel corso della quale, grazie al 3D, la lama della motosega arriva ad uscire illusoriamente dallo schermo.
Anche se, insieme a qualche schizzo di sangue, il valore aggiunto dal moderno sistema di visione è ridotto al minimo; man mano che, senza troppa fantasia, viene proposta l'ennesima sequela di delitti consumati tra ganci conficcati nella carne e martellate sfonda-cranio.
Per circa novanta minuti di visione sicuramente costruiti su un buon ritmo e che non mancano di divertire i fan dell'orrore su celluloide, ma il cui aspetto maggiormente interessante è individuabile nel tentativo di ribadire l'importanza del concetto di famiglia in una società che, a differenza di quella mostrata nel classico del 1974, tende ad annoverare i suoi veri mostri tra coloro che dovrebbero rappresentarne il lato più pulito e civile. Peccato che i difetti sopra elencati tendano a penalizzare il tutto.

Non aprite quella porta 3D Sebbene, trovandoci nell’epoca della moda dei remake, il titolo potrebbe lasciar pensare che si tratti di un rifacimento in tre dimensioni del Non aprite quella porta diretto nel 1974 da Tobe Hooper, il lungometraggio di John”Takers”Luessenhop intende esserne, in realtà, il diretto sequel. Infatti, ne è protagonista una ragazza che, a sua insaputa, venne portata via dalla eliminata famiglia di Leatherface quando era ancora in fasce, per trovarsi a ricevere in eredità, ai giorni nostri, una villa vittoriana in cui si nasconde proprio il ritardato armato di motosega. Il finale lascia intendere che potremmo trovarci davanti all’inizio di una nuova saga, ma l’insieme, seppur discreto dal punto di vista dell’intrattenimento, non riesce a convincere pienamente; sia per quanto riguarda il 3D poco sfruttato, sia (e soprattutto) a causa dei diversi buchi di sceneggiatura che, di solito, si lasciano perdonare all’interno del filone slasher.

5.5

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