Recensione Neve

Stefano Incerti torna in sala con un 'noir bianco' costruito sull’estetica spersonalizzante della periferia italiana imbiancata

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Un paesaggio innevato di un bianco accecante e attraversato da un silenzio che ottunde tutto. All'improvviso una donna di colore viene ‘scaricata' sul ciglio della strada da un uomo con l'aspetto di un gangster, tra parolacce e imprecazioni che intervengono a guastare il silenzio circostante. Poco dopo un uomo a bordo di una station wagon verde si accorge della donna e la fa salire a bordo della sua macchina. L'uomo è Donato, un'esistenza smarrita in quella fredda provincia italiana di neve e alla ricerca di qualcosa, qualcosa di molto importante. La donna invece è Norah, la pupa di un gangster oramai abituata a subire una vita d'inferno e di totale accondiscendenza a quel mondo maschile e senza pietà, che non ci pensa due volte prima di sfregiare o uccidere pur di farsi ‘rispettare'. L'incontro tra Donato e Norah avverrà e proseguirà nel sostanziale silenzio di chi non ha molto da dire, o che forse avrebbe molto da dire ma preferisce tacere perché - per sopravvivere - è abituato a fare così. Dunque per qualche ‘silente' motivo o forse semplicemente per fuggire alla sua vita disagiata, Norah continuerà a seguire Donato verso quella sua misteriosa meta e Donato seguiterà a portare con sé la donna. Tra progressive rivelazioni e inevitabili disavventure, il viaggio di questo improvvisato duo attraverso la Neve porterà in vita una sorta di istintiva fiducia e laconica amicizia che saranno poi - inevitabilmente - messe alla prova dallo stato di estrema precarietà sottesa in cui versano le vite di entrambi.

Un noir che si perde nel suo biancore

Appare un po' un mezzo passo falso all'interno dell'interessante filmografia di Stefano Incerti questo suo ultimo lavoro dal titolo Neve, un'opera che si aggrappa con tutte le forze all'estetica del bianco e del silenzio per raccontare di due vite, affiancate dal caso e forse destinate a fare un tratto di ‘vita' insieme, e a trovare nella loro ‘marginalità' un punto di contatto capace di avvicinarle, unirle. L'idea di immergere una storia di questo tipo, una sorta di noir, nel bianco 'incandescente' delle location non appare certo nuova o innovativa. Basti pensare, infatti, a molto cinema del Nord Europa che ha spesso fatto di quel bianco circostante un vero protagonista narrativo con la capacità di ottundere e silenziare i luoghi per estrapolarne la forza delle esistenze che vi si muovono all'interno. Un'idea di per sé invece abbastanza originale per il cinema italiano che di norma (e per suo status geografico/climatico) non si muove in quell'immaginario di lande fredde e desolate. Eppure, in quest'ultima opera del napoletano Stefano Incerti - che pure in passato aveva affascinato con le sue storie di esistenze interrotte, dannate (L'uomo di vetro, Gorbaciof) - a non convincere è proprio lo scheletro narrativo delle circostanze sulle quali il suo Neve poggia sin dalle prime inquadrature. Siamo infatti (scopriremo poi) di fronte a un padre disperato e disposto a un viaggio della speranza; ed è in questa possibilità che s'inserisce come evento del tutto casuale il personaggio di Norah, un'esistenza che avrebbe dovuto restare secondaria al funambolismo drammatico sul quale si muove invece il personaggio di Donato. E invece il film, così proiettato in avanti dalla volontà di avvicinare a ogni costo queste due esistenze, sembra affrontare con superficialità i drammi che le hanno formate e che continuano (nonostante le contingenze narrative) a muoverle. Un film che appare dunque sbilanciato verso il suo formalismo estetico e che (in virtù del suo approccio un po' troppo naive al substrato dei protagonisti) manca di coinvolgere e/o appassionare quanto dovrebbe. Difetto ancor più evidente, in quanto noir manca soprattutto di sorprendere, viaggiando spedito verso un finale assai prevedibile che mostra tutta la debolezza di una struttura narrativa non al passo con la sua controparte estetica.

Neve Stefano Incerti torna al cinema con Neve, un "noir bianco" (presentato al Courmayer Film Festival) e costruito sull’estetica 'spersonalizzante' di una periferia italiana immersa nel bianco della neve e nella desolazione relazionale e comunicativa. Avvolgente grazie al suo particolare estetismo, l film di Incerti manca però di coinvolgere lo spettatore nel crescendo drammatico dei suoi protagonisti, catturati nei loro movimenti estemporanei ma poco approfonditi nel pregresso delle loro vite e di quello che dovrebbe essere il traino primario del loro agire.

5.5

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