Recensione Morituris

Il ritorno del cinema estremo tricolore!

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In viaggio verso un rave party, due turiste con i volti di Désirée Giorgetti e della Valentina D'Andrea di In apnea (2010) sono in automobile con tre ragazzi interpretati dall'esordiente Simone Ripanti, l'Andrea De Bruyn visto ne La patente (2011) e il Giuseppe Nitti che fu nel cast di Blind maze (2009), fantomatico lungometraggio diretto dalla showgirl Heather Parisi.
Sono loro i protagonisti dell'opera prima a firma del romano Raffaele Picchio, che sfrutta il punto di partenza tipico di un qualsiasi titolo appartenente al famigerato filone del rape & revenge (sottogenere costituito da lavori improntati su stupro e conseguente vendetta) per poi spostare la circa ora e venti di visione in tutt'altra direzione.
Infatti, sebbene, una volta visto il quintetto giungere in un isolato bosco fuori città dove sembrano esservi vecchie lapidi romane, si proceda con le due giovani che finiscono preda di un violento abuso sessuale, ciò che segue non è la consueta, coraggiosa controffensiva femminile, ma un massacro ricollegabile addirittura al passato remoto della Città Eterna.
Un passato risalente al 73 A.C. e che riguardò alcuni gladiatori impazziti fatti giustiziare da Spartaco, durante una ribellione alle condizioni disumane di vita a cui Roma li costringeva.

Rocky horror Picchio show!

Quindi, un passato pronto a tornare più sanguinario che mai, complici gli effetti speciali di trucco per mano dell'infallibile Sergio Stivaletti, fornendo un efferato spettacolo in cui, come nel miglior cinema exploitation, non sembra esservi il tempo per effettuare distinzioni tra buoni e cattivi.
Un efferato spettacolo le cui situazioni iniziali possono in un certo senso ricordare sia quella di In the market (2009) di Lorenzo Lombardi che il pre-massacro de Il bosco fuori (2006) di Gabriele Albanesi, ma che, a differenza loro, effettua la felice decisione di sfociare nello slasher a tinte soprannaturali.
Anche se, ancor più della carneficina finale, è di sicuro la lunga ed estenuante sequenza dello stupro senza pietà a colpire l'animo dello spettatore, tra linguaggio altamente sboccato e perfino un paio di affilate forbici coinvolte.
Una sequenza che pare abbia fatto discutere molto, provocando non pochi "problemi di circolazione" all'esordio di Picchio, accusato addirittura di misoginia, ma che, in fin dei conti, non spinge più di tanto sul pedale dell'esplicito, mostrando soltanto il mostrabile.
E ciò, quindi, va assolutamente preso come un involontario elogio all'operazione, in quanto testimonianza diretta di come il neo-regista sia stato in grado di disturbare la sensibilità dello spettatore lavorando in maniera sapiente sul linguaggio delle immagini (e, soprattutto, del sonoro), senza affidarsi esclusivamente al sensazionalismo solitamente dettato da sangue e frattaglie.
Che, comunque, non sono affatto assenti, nel corso di un elaborato evidentemente intriso di un certo retrogusto da cultura heavy metal; man mano che si sguazza tra un omaggio a Il boia scarlatto (1965) di Massimo Pupillo, una citazione ramonesiana della frase "Beat on the brat with the baseball bat" e l'ex star del porno Francesco Malcom impegnato a torturare in casa una povera sventurata.
Un elaborato che, senza alcun dubbio, non rientra tra i meno riusciti horror italiani indipendenti d'inizio XXI secolo; soprattutto perché, a differenza di non disprezzabili, analoghe produzioni contemporanee (si pensi soltanto a Eaters di Marco Ristori e Luca Boni), non tenta di scimmiottare i più rassicuranti esempi americani, ma si riallaccia direttamente a quella ormai tramontata tradizione nostrana coraggiosamente grondante sesso e violenza esagerata.

Morituris Comincia come un rape & revenge, per poi sfociare in un sanguinolento slasher a tinte soprannaturali. Su sceneggiatura del produttore Gianluigi Perrone, Raffaele Picchio concretizza un esordio dietro la macchina da presa che coinvolge in maniera efficace, senza dover necessariamente ricorrere a incalzanti ritmi di narrazione. Un esordio penalizzato soltanto dalla non sempre convincente prova sfoggiata dai giovani protagonisti; la quale, in ogni caso, non occulta il suo avvincente look da horror indipendente che, in maniera coraggiosa, si riallaccia alla tradizione dettata dagli spesso bistrattati titoli che hanno fatto la storia del nostro cinema di genere più violento ed estremo. Operazione riuscita!

6.5

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