Cannes 2015

Recensione Mon Roi - Il mio re

Il quinto lungometraggio dell’attrice/regista francese Maïwenn è un’analisi discontinua di un rapporto co-dipendente, che se nella prima parte regge (quasi) solo grazie a Vincent Cassel, nella seconda scivola nella trappola del già visto.

recensione Mon Roi - Il mio re
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

"Io sono il re dei bastardi": è questo il modo in cui si presenta Georgio (Vincent Cassel) a Toni (Emmanuelle Bercot) all'alba della loro relazione. Lo sguardo un po' furbetto, a metà tra serio e faceto, lascia intendere che sta scherzando ma c'è qualcosa nei suoi occhi che allo spettatore non sfugge - come invece succede a Toni. Per lei è tutto uno scherzo, è tutto giustificabile: l'improvvisa voglia di avere un bambino pur conoscendosi poco, un matrimonio senza anelli, un altro appartamento che serve da ufficio ma ha un rifornimento completo di bottiglie di vino. A nulla servono le raccomandazioni del fratello (Louis Garrel): i continui tentativi di rompere quel filo invisibile di distruttiva dipendenza finiscono comunque in un buco nell'acqua, finché un incidente ad una gamba non costringe Toni ad una riabilitazione forzata e ad uscire da quel gioco al massacro quel tanto che basta per analizzarlo dall'esterno.
Il ginocchio è l'unica articolazione del nostro corpo che può muoversi solo indietro: la stessa cosa sembra fare la mente di Toni, persa tra un esercizio e l'altro nei ricordi di un passato tormentato da cui non sembra volersi permettere di uscire. Georgio la riprende sempre - con una battuta, un bacio, una minaccia - ed il sistema si ripete, come una dipendenza reciproca.

Un lavoro che manca di originalità e di una vera struttura, risultando insipido sotto molti punti di vista

Il quinto lungometraggio dell'attrice/regista francese Maïwenn è un'analisi discontinua di un rapporto co-dipendente, che se nella prima parte regge (quasi) solo grazie a Vincent Cassel, nella seconda scivola nella trappola del già visto, perde di originalità e disincanta lo spettatore. Le prime sequenze sono dedicate proprio all'attore, che riesce a conquistare sia lo spettatore che il personaggio di Emmanuelle Bercot con la sua verve brillante, con la sua sicurezza, la sua straordinaria capacità di dire sempre la cosa giusta al momento giusto - anche le stupidaggini. Il lavoro di Cassel sui movimenti e sul ritmo è ottimale e gli calza a pennello come un vestito su misura, riuscendo a rendere credibile anche il rapporto con Toni - che funziona tuttavia molto più nelle scene di violenza che in quelle d'amore. Con lo svolgersi delle vicende però il personaggio perde di smalto e con esso anche il film, che finisce per rallentarsi eccessivamente senza più saper gestire l'alternanza tra la terapia di Toni ed il suo passato con Georgio. Le sequenze si fanno non più attese ma prevedibili, ed il disincanto è una naturale conseguenza che nel finale si rende inevitabile. Emmanuelle Bercot (a Cannes anche come regista con il film d'apertura, A testa alta) riesce a mantenere un buon livello interpretativo, ma sono le intenzioni registiche e soprattutto di sceneggiatura a tarpare le ali e a distruggere ogni buona intenzione, abbassando l'asticella del concorso senza convincere.

Mon Roi - Il mio re Presentato in Concorso al 68° Festival di Cannes, Mon Roi - quinto lungometraggio della regista Maïwenn - convince nelle interpretazioni ma fallisce nella sostanza: nel racconto della regista non c’è originalità, la debole struttura del rapporto di coppia - forzatamente dipendente fin quasi a sfiorare il masochismo e spingere ad atti estremi - distrugge l’indipendenza della protagonista ed incastra lo spettatore in un rollercoaster da cui alla fine non si vede l’ora di scendere.

5

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