Mektoub, My Love: Canto Uno, la recensione del film che ha diviso Venezia 74

Il regista de La vita di Adele con il suono film Mektoub, My Love: canto uno, disegna una riflessione sulle meraviglie della giovinezza

recensione Mektoub, My Love: Canto Uno, la recensione del film che ha diviso Venezia 74
Articolo a cura di
Mattia Bianchini Mattia Bianchini Per un aspirante regista i film sono un libro di testo più potente di qualsiasi scuola. Aggiungeteci quell'amore che rende la passione un'ossessione e il passo per diventare un divoratore famelico di cinema è breve. Non chiedetegli di scegliere un periodo, una categoria o un genere cinematografico e nemmeno di porre un freno alla fantasia e all'immaginazione. Mettersi in gioco nel confronto e nella condivisione rimane un' esperienze imprescindibile nell'arte, il vero modo per continuare a crescere senza limiti di tempo e di età.

Dopo aver vinto la Palma d'Oro nel 2013 tra infinite polemiche e tanto scalpore con quel meraviglioso ritratto di formazione che era La Vita di Adele, sbarca al Lido di Venezia Abdellatif Kechiche, che presenta la sua ultima fatica Mektoub, My love: Canto Uno. Questa volta il regista tunisino passa al punto di vista maschile per tracciare un altro spaccato di vita. Amin infatti è un ex studente di medicina e aspirante sceneggiatore che vive a Parigi e che ritorna per l'estate nella sua città natale, una comunità di pescatori nel sud della Francia. È l'occasione per ritrovare la famiglia e gli amici d'infanzia. Accompagnato da suo cugino Tony e dalla sua migliore amica Ophélie, Amin passa il suo tempo tra il ristorante di specialità tunisine dei suoi genitori, i bar del quartiere, la spiaggia frequentata dalle ragazze in vacanza e i locali notturni. Amin vive una sorta di incanto nei confronti delle ragazze che lo circondano e resta soggiogato da queste sirene estive, all'opposto del suo dionisiaco cugino che si getta senza remore nell'euforia dei loro corpi. Munito della sua macchina fotografica, e guidato dalla luce sensazionale della costa mediterranea, Amin porta avanti la sua ricerca filosofica lanciandosi nella scrittura delle sue sceneggiature. Ma quando arriva il tempo dell'amore ci si potrà abbandonare soltanto al destino.

Di dettagli e di corpi

Ancora una volta Abdellatif Kechiche è un maestro assoluto nel riprendere i corpi e le loro forme, nel notare tutti i dettagli più piccoli e puri dell'essere umano, nel cogliere con abilità mozzafiato le più piccole manifestazioni emotive. Questo è un film capace di filmare l'imbarazzo e la riflessione in modo assolutamente incredibile; ogni più piccolo sguardo, ogni smorfia, ogni gesto, diventa l'espressione più viva di un gesto filmico accattivante ed infinitamente affascinante. La camera a mano inquieta e tumultuosa si muove senza sosta attaccata ai corpi ed è pronta ad abbandonarsi senza freni al flusso emotivo. I controluce e i continui lens flare disegnano i profili dei volti donando quell'intimità e quella confidenza che soltanto un attento conoscitore dei sentimenti umani può ricercare e ricreare. Certamente durante le tre ore di pellicola ci sono momenti di stanca, tempi troppo dilatati e situazioni ripetute un po' sfilacciate; questo è anche dovuto al fatto che, nonostante il punto di vista sia quello del protagonista Amin, in realtà per larghi tratti diventa un film corale in cui interagiscono tanti personaggi con diverse peculiarità, per questo il rischio di perdere il focus è sempre dietro l'angolo.


Potenza e poesia

Nonostante questo però, Kechiche regala momenti di cinema di una purezza esaltante e soprattutto confeziona la scena più bella dell'intero Festival, ricca di una potenza emotiva e di una poesia da lasciare senza fiato. Certamente non si raggiungono le vette e la forza dirompente de La Vita di Adele, anche perché se in quell'occasione si viveva la furia animalesca e brutale di un'adolescenza famelica, questa volta si disegna il profilo di un uomo in divenire, timido e riflessivo, che sembra osservare la realtà che lo circonda alla ricerca di qualcosa di profondo ed intenso che possa andare oltre la patina estetica e ludica che domina una certa generazione. Mektoub, My Love: Canto Uno è un film che guarda in modo delicato e sottile le meraviglie della giovinezza, illuminandola di velata malinconia.

Mektoub, My Love: Canto Uno Nonostante le tre ore di pellicola siano poco equilibrate, con tempi troppo dilatati e situazioni ripetute e sfilacciate, Kechiche regala momenti di cinema purissimi in grado di disegnare il profilo di un uomo in divenire alla ricerca del suo posto nel mondo. Mektoub, My Love: Canto Uno è un film che pone uno sguardo imbarazzato, delicato e intimo sulle meraviglie della giovinezza, illuminandola di velata malinconia.

7.5

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