Recensione Megamind

DreamWorks presenta Megamind, super-cattivo depresso alla conquista della caotica Metro City

recensione Megamind
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Accantonate le tonalità verdi che per anni hanno contraddistinto il marchio DreamWorks, impegnato nelle fiabesche avventure del celebre orco Shrek (durate per quasi una decade e conclusesi la scorsa estate con l'ultimo capitolo della serie: Shrek e vissero felici e contentiin attesa dello spin-off dedicato al Gatto con gli Stivali), ecco che la casa d'animazione statunitense accende le luci della stagione natalizia con nuove sfumature cromatiche, portando sul grande schermo Megamind, super-cattivo dal testone blu, depresso e infelice, alle prese con una crisi d'identità malvagio-esistenziale.

No you can’t

Si sa che l'infanzia segna inesorabilmente la sorte di un individuo, tanto più se questi, è originario di un altro pianeta e possiede indomabili super poteri. Così è accaduto a Megamind che, quando ancora era un innocente frugoletto blu, è stato lanciato dai suoi genitori (al fine di salvarlo dall'imminente distruzione del pianeta) in un baccello spaziale diretto sulla Terra, ed è atterrato niente di meno che tra le sbarre di un carcere, dove è stato cresciuto secondo i precetti del luogo. Tutt'altra sorte è toccata a Metro Man che, baciato invece dalla dea bendata, è planato tra le braccia di amorevoli genitori americani di estrazione alto-borghese, che hanno reso la sua fanciullezza colma di amore e valori umani rivolti al Bene. Una volta divenuti adulti, i due non possono far altro che tramutarsi in ciò a cui il loro destino li ha spinti: acerrimi rivali, votati rispettivamente uno alla difesa del bene e l'altro alla conquista del male. Tutto sembra scorrere secondo il classico schema in cui il belloccio Metro Man, capello acconciato e voce baritonale alla Elvis Presley, è amato e riverito dagli abitanti di Metro City che difende strenuamente dalle grinfie del supercattivo Megamind, che è invece oggetto di biasimo da parte del mondo intero. Fatta eccezione per il fedele lacchè Minion, un simpatico robot-gorilla con un pesce in una boccia per testa, che sostiene con grande fervore e arguzia le imprese malevole (ma spesso infruttuose) del suo padrone Megamind, che brama di soffiare la città di Metro City al paladino Metro Man. E nonostante nessuno creda davvero che l'ingegnoso eppur maldestro Megamind possa davvero sconfiggere l'indiscusso eroe cittadino, un giorno (quello in cui Metro City si appresta a inaugurare un museo dedicato proprio al beniamino Metro Man), a seguito dell'ennesimo rapimento di Roxanne (sfrontata e avvenente reporter che tutti sospettano essere la fidanzata del super-eroe), inaspettatamente Megamind metterà fuori gioco il rivale, riducendolo a un cumulo di ossa, e conquistando le tanto agognate ‘chiavi' della città, che vuole trasfomare nel cupo regno del ‘No you can't'. Ma qualcosa nel suo piano sembra non tornare. Ora che l'eroe buono è stato definitivamente sconfitto, e che Megamind può disporre a suo piacimento di città e cittadini, tutto sembra aver perso di valore, interesse, acuendo nel super-cattivo dal testone blu un senso di solitudine e inutilità che pare non volerlo più abbandonare. Nella sua vita grigia subentra dunque una nuova idea: creare un nuovo eroe che possa nuovamente fronteggiarlo e ravvivare di nuove imprese la sua scialba esistenza. L'idea sembra geniale, ma il prescelto per il ruolo di nuovo eroe, Hal (ribattezzato Titan) il cameraman scansafatiche e pasticcione al servizio della cronista Roxanne (per la quale questi nutre anche una bella cotta), una volta impossessatosi dei nuovi super-poteri conferitigli da Megamind, giungerà alla conclusione che in fondo essere cattivi è più divertente che essere buoni. A quel punto Megamind, disorientato di fronte all'esistenza di un nuovo cattivo, dovrà decidere se rimanere schierato dalla parte del male, o se schierarsi invece da quella del bene.

Nulla è come sembra

In questa nuova avventura d'animazione con il marchio DreamWorks, sono i vecchi archetipi narrativi già presenti in Shrek, Kung fu Panda, Dragon trainer, come l'eroe privo del physique du rôle che sfida il destino o lo abbraccia per scoprire una sua nuova identità, il ricorrente citazionismo (qui molti i riferimenti a Superman), a mescolarsi con un nuovo concetto di capovolgimento e rivoluzione dei protagonisti. Nulla, infine, è come sembra a inizio storia e ognuno dei personaggi, nel corso delle vicende, imparerà qualcosa su se stesso o sugli altri che sovvertirà il proprio punto di vista, rinvigorendo il presupposto secondo cui il destino è ciò che noi stessi costruiamo, giorno dopo giorno, anche grazie all'intelligenza di saper rivedere le nostre posizioni. Protagonisti di questa ‘parabola sui cambiamenti' sono il super cattivo in fondo buono, il super eroe dall'animo ordinario e perfino lo stolido cameraman apparentemente innocuo, capace di mettere a ferro e fuoco il mondo per una cocente delusione d'amore: sentimento che si rivela un altro punto cardine dell'intera vicenda, nonché elemento capace di scardinare gli equilibri e ribaltare le posizioni iniziali. Mentre al centro di tutto questo rimpasto emotivo, l'unica figura salda si rivela essere quella di Roxanne, una donna scaltra e tenace sempre al centro della scena con il suo microfono, capace di tenere testa a tutti gli uomini che la circondano, ma pronta a capitolare dinanzi al vero richiamo del cuore.

L'intramontabile fascino del cattivo

La storia del cinema è stracolma di illustri cattivi che hanno saputo rapire il cuore del pubblico quanto e forse più dei loro retti antagonisti: da Joker alla Regina di Biancaneve passando per Crudelia De Mon e il più moderno Lord Voldemort, i personaggi dichiaratamente mefistofelici hanno sempre esercitato sull'immaginario collettivo un fascino estremo, legato all'originalità caratteriale e caricaturale che il super buono di rado possiede. Nelle parole dello stesso regista Tom McGrath (già regista dei due capitoli di Madagascar): "Personalmente, amo i cattivi. Li amo da quando ero bambino: Darth Vader, Capitan Uncino... erano così affascinanti. Hanno i personaggi, i costumi, i gadget e i motti più interessanti. I cattivi sono più divertenti". E in Megamind la figura del cattivo assume sfumature ancora più originali, visto che la storia è raccontata dal suo punto di vista, mentre il suo personaggio soffre di un un dualismo d'identità che è alla base delle vicende e che va di pari passo con la scoperta dell'amore, un sentimento capace di mostrargli il mondo sotto una luce completamente diversa, che apre il varco a quesiti esistenziali. Può il super cattivo della storia essere anche l'eroe? Può egli nutrire sentimenti positivi e credere nei valori più del presunto eroe? Sovvertendo lo schema classico, la DreamWorks trova in queste domande terreno fertile per un racconto semplice ma originale, che forse avvicina Megamind agli eroi-per-caso fino a oggi più riusciti del celebre studio cinematografico statunitense. Infatti, proprio come accadeva all'introverso Hiccup del fiabesco Dragon Trainer o al goffo Po del saggio Kung fu Panda, anche qui la storia si basa sul concetto di una presunta identità, condita di simpatia, inadeguatezza per la vita e sentimenti di irrealizzazione, che rinasce sotto nuove e più magiche forme, dimostrando che il destino "è più una via tortuosa che una strada dritta", anche per un presunto genio del male.

Sotto il segno della DreamWorks

Nonostante, quindi, la formula narrativa rispecchi quelli che oramai sembrano essere i capisaldi DreamWorks (incluso il balletto finale sulle note di Bad), sembra esserci in quest'ultimo lavoro una vena esistenziale piuttosto profonda, che si coniuga a una costruzione in stereoscopia dei personaggi sostanzialmente riuscita (soprattutto nel caso dell'ovaleggiante Megamind e del robotico Minion) che contribuisce, creando una maggiore fluidità visiva rispetto ad altri film visti finora, a dare profondità e coesione narrativa al film. A questo si aggiungono la dimensione permeante di una Metro City indefinita eppure molto caratteristica (con grattacieli, graffiti e perfino poster ironicamente allusivi alla politica americana), il retrogusto fortemente ironico proprio di ogni personaggio, e l'uso di trovate a tratti davvero divertenti. Come la scelta delle voci nella versione originale (il vanesio Metro Man di Brad Pitt che motteggia Elvis Presley, la suadente Roxanne di Tina Fey e la parlata biascicata dell'istrionico Will Ferrell, che prestando la voce a Megamind, trasforma school in sciul o Metro City in metricity), la super-tuta avvolgente Black Mamba e una colonna sonora (a cura dei pluri-accreditati Hans Zimmer e Lorne Balfe) che, pur nel suo ammiccare a un pubblico più adulto (AC/DC, Rolling Stones, Guns N' Roses, Stray Cats, Elvis Presley, Michael Jackson), ben si lega alla vena filo-romantica e profondamente rock del film, mantenendo il livello narrativo piuttosto apprezzabile sia dal pubblico bambino sia da quello adulto. Un film d'animazione che calca dunque sui sentimenti universali di amore, amicizia, umanità e che si mantiene nel complesso su di un buon livello, con alcune vette, sia tecnico sia contenutistico.

Megamind Sotto l’ala produttrice di DreamWorks, il regista Tom McGrath (realizzatore di Madagascar e Madagascar 2), confeziona il primo film che parla di un super-cattivo irrealizzato, travagliato da una crisi esistenziale acuita dalla scoperta dell’amore. Pur nel ricorrere di alcuni ‘cavalli di battaglia’ della celebre casa d’animazione statunitense, il film riesce a coniugare semplicità e originalità, sostenuto da un buon ritmo comico e da un convincente uso del 3D (pur non essenziale ai fini della visione). Vero punto di forza rimane la caratterizzazione molto umana di personaggi garbati, che sanno ravvedersi di fronte a un destino che si dimostrerà, infine, non conforme ai loro credo.

7

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