Recensione Mea Maxima Culpa: Silenzio nella casa di Dio

Sensibile ma spietato il documentario di Alex Gibney sugli abusi sessuali della chiesa cattolica

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Che la Chiesa stia vivendo un momento molto delicato è indubbio. Il Vaticano è chiamato a confrontarsi su più fronti: se da un lato la crisi economica è arrivata a bussare come un untore anche alle porte dello IOR, gli scandali negli ultimi anni si sono moltiplicati. Scomode verità che un tempo venivano facilmente insabbiate sono emerse in tutta la loro drammaticità negli ultimi due decenni. E forse il cambio al timone del soglio pontificio, con le dimissioni di Papa Ratzinger e l’arrivo di Papa Francesco non è poi così casuale. « La Chiesa deve camminare, edificare e confessare » ha dichiarato il nuovo Papa, dando voce a quello che è il pensiero attualmente diffuso. Di cui Papa Francesco sembra il portavoce più adeguato. Una situazione di congestionata politica interna, insomma. In questo complesso quadro d’importanza storica, il documentarista Alex Gibney (probabile che vi ricordiate di lui per Freakonomics, Taxi to the Dark Side o ne abbiate sentito parlare per l’imminente We Steal Secrets: The story of WikiLeaks) esce sugli schermi con la sua ultima fatica, che ha scritto, diretto e co-prodotto: Mea Maxima Culpa, dal 20 marzo nelle sale italiane.

SILENZIO NELLA CASA DI DIO

Mea Maxima Culpa indaga sulla scioccante e diffusa tendenza agli abusi sessuali nella struttura ecclesiastica, e all’omertà che li circonda. In particolare, prende le mosse dalle disturbanti testimonianze sui casi di pedofilia presso il St. John’s for the Deaf (Istituto per non udenti) di Milwaukee, negli Stati Uniti. Sono gli anni Settanta e il molestatore è Padre Lawrence Murphy, ma la situazione è aggravata a causa della sordità dei ragazzi, e quindi di difficoltosa - se non impossibile - denuncia. Un alone di disgustosa omertà cala invece su chi ne viene a conoscenza: da Padre Walsh all’Arcivescovo di Chicago. Negli anni, quattro delle vittime di questi scioccanti abusi trovano la forza di denunciare gli avvenimenti: da ragazzini hanno solo potuto tentare di cercare un aiuto disperato coi mezzi più estremi (tra cui un cartello di Padre Murphy con la scritta “wanted”), ora hanno trovato un avvocato che crede molto nella causa e l’ha portata attraverso mezzo mondo, fino in Italia, direttamente all’attenzione del Vaticano e dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger. Terry, Gary, Arthur e Bob raccontano la disperazione e la furia demoniaca dei fantasmi del loro passato. Traumi che hanno segnato profondamente la loro esistenza, un vero punto di non ritorno. Il film unisce i tasselli di un orribile puzzle di fronte al quale la tendenza è sempre quella di chiudere gli occhi, incapaci di accettare che casi simili avvengano da parte di preti e sacerdoti. Eppure le denunce dei ragazzi del St. John’s sono ben prima della crisi di Boston (nella cui Arcidiocesi più di duecento sacerdoti sono stati accusati di abusi sessuali). Si delinea un quadro nebbioso, confuso e orripilante, considerando il volere di Papa Ratzinger perché ogni caso di abuso di minore fosse presentato direttamente a lui. Mea Maxima Culpa diventa così una violenta voce di denuncia capace di viaggiare da Milwaukee a Boston ai casi di abusi europei - specialmente italiani - fino ad arrivare alle porte del Vaticano, al mistero e all’impenetrabilità della Curia Romana, alla ricerca di trasparenza e al grido a gran voce a non nascondersi dietro i privilegi di “Stato indipendente” concessi da Mussolini in epoca fascista coi Patti Lateranensi.

LA DELICATA VIOLENZA DI GIBNEY

Non si tratta del primo documentario sulle verità degli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica, tuttavia Mea Maxima Culpa è, nella sua disturbante materia, un documentario particolarmente riuscito, capace di unire abilmente i fili di storie apparentemente lontane dietro un comune grido al rinnovo, allo sfrondamento di luoghi comuni (come l’intrinseca e ontologica “superiorità” di un uomo di Chiesa), alla trasparenza degli archivi vaticani, da sempre sigillati e chiusi all’esterno. Ha rischiato di essere uno sterile resoconto di una scioccante serie di casi, invece Gibney si dimostra magistrale nel dosare gli ingredienti. Una durata congeniale (106 minuti, in altre parole: non un peso eccessivo, come spesso accade negli ultimi tempi), un sistema di pesi ben calibrato fra i vari comparti indagati e interviste dirette ai “protagonisti” di questa denuncia: quattro vittime di Padre Murphy, un ex-monaco benedettino di nome Richard Sipe che ora lavora come psicoterapeuta, tentando di esorcizzare i pregiudizi e le disinformazioni che hanno favorito la rottura del celibato nella Chiesa; gli avvocati Jeff Anderson e Geoffrey Robertson, e il vaticanista Marco Politi, autore - fra gli altri - del recente “Joseph Ratzinger. Crisi di un papato”.

Mea Maxima Culpa: Silenzio nella casa di Dio La sensibilità dell'opera potrebbe devastarvi nel corso di questo documentario, tanto esile e rispettoso nei confronti dell’accaduto, sempre alla ricerca della maggior discrezione possibile, quanto violento e furioso nel suo messaggio, alternando (con spunti che ricordano tecniche di Lanzmann per Shoah) interviste vis-a-vis a spezzoni video stilizzati e creati ad hoc per supportare il grido di denuncia. Viene da riflettere: la vera sordità è delle vittime non udenti da cui muove la denuncia o degli uomini di Chiesa che hanno sempre opposto omertà alle denunce? La speranza è che la staffetta al soglio pontificio e l’insediamento del nuovo Papa possano portare i cambiamenti tanto invocati.

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