Recensione Maternity Blues

Fabrizio Cattani e le sue Madri-Medea contemporanee

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L'infanticidio è un argomento che, nel corso degli ultimi anni televisivi segnati dall'avvento del reality dell'orrore, abbiamo seguito e ripudiato attraverso le ricostruzioni plastiche e le creative manifestazioni della gogna mediatica. Ingiustamente. Perché la sindrome di Medea, proiezione di una maternità che sfoga frustrazioni, solitudini e ansia da prestazione uccidendo il sangue del suo stesso sangue, è qualcosa di molto più complesso di un'instabilità mentale che possa trovare una sua facile spiegazione nelle indagini e nei rilievi della polizia scientifica. Ed è allora inutile soffermarsi sulle orribili conseguenze di un gesto senza prima averne cercato le cause nella condizione di solitudine e abbandono in cui spesso (soprattutto nella nostra società) le donne si ritrovano all'indomani di una gravidanza. Uno stato fisiologico (il termine maternity blues che indica la depressione post partum) che si associa a una condizione umana e sociale di estrema difficoltà, in cui il ruolo di madre (perfetta) diventa la realizzazione impossibile di uno schema societario autoimposto che non contempla ragioni di debolezza, insicurezza, fragilità. Colpevoli e innocenti, queste madri che arrivano a macchiarsi del sangue dei propri figli, commettono in un sol colpo omicidio e suicidio, autocondannandosi a una precoce e definitiva morte interiore che nasce da un senso di colpa insanabile. Fabrizio Cattani, già autore dell'originale opera prima Il Rabdomante, riparte dal testo teatrale "From Medea" di Grazia Verasani (autrice tra l'altro anche del testo Quo vadis baby?) per aprire il varco a un nuovo punto di vista sul tema dell'infanticidio. Un punto di vista che riposizioni al centro del dibattito la donna in quanto essere umano segnato dalle proprie fragilità e passibile di errore, e che contempli una corresponsabilità societaria e ‘maschile' in un gesto estremo che più che di offesa sa di disperata difesa.

Madri-Medea vittime e colpevoli

Clara (Andrea Osvart) è l'ultima arrivata nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione dello Stivere, un luogo isolato dove vivono madri con la comune colpa di aver ucciso i propri figli. Tra quelle mura colme di sofferenze Clara misurerà il proprio dolore con quello delle altre ospiti dell'istituto, in particolar modo le sue tre compagne di stanza: la giovane Rina (desiderosa di rifarsi una vita), la sfacciata e provocatoria Eloisa (solo apparentemente sicura di sé), e la religiosa Vincenza (che nonostante la fede non riuscirà a sopportare il peso della colpa). Profondamente diverse eppure così terribilmente vicine, le quattro donne troveranno nella condivisione della sofferenza una chance per osservare e comprendere l'una nell'altra il baratro di solitudine che le ha precipitate in quell'inferno. Un tentativo di comprensione che procede parallelamente anche dall'esterno, attraverso la vita (irrimediabilmente distrutta) del marito di Clara, Luigi (un intenso Daniele Pecci), un uomo che nell'aver perso entrambi i figli ancora non riesce a porre fine all'amore per la sua donna. Asciutto e teso nella descrizione di un mondo in cui la speranza è messa sin da principio fuori gioco, Maternity blues tratteggia con delicatezza e una giusta astensione dal giudizio la profonda pena di queste madri incompiute, annientate da un gesto estremo, solo apparentemente liberatorio. Nei loro volti sofferenti si agitano la frustrazione di una speranza negata e il dolore di una pena che non finirà mai. Cattani resta fedele alla cupezza del tema restituendogli però una sua umanità, declinata attraverso gli screzi, i momenti di festa e quelli di profonda depressione che attraversano questo gruppo di donne disperatamente aggrappate a qualche scampolo di normalità. La dimensione del delitto è così riportata alla singolarità della tragica storia che ognuna di loro custodisce nei propri ricordi e che viene fuori non tanto con le parole ma quanto con dei momenti chiave, abilmente sottolineati da una colonna sonora intensa e mai eccessiva. Qualità che si rispecchia anche nel coro attoriale, in cui ogni individualità contribuisce a creare il giusto pathos narrativo senza mai togliere spazio all'essenzialità della dinamica di gruppo.

Maternity Blues Presentato nella sezione “Controcampo italiano” dell’ultima Mostra del cinema di Venezia, Maternity Blues di Fabrizio Cattani è il volto umano di madri-mostri macchiate dall’onta dell’infanticidio. Costruito sul testo di Grazia Verasani il film di Cattani s’immerge nell’orrore del tema restituendo però a queste Medea contemporanee il diritto di manifestare il proprio dolore e le premesse di un gesto tanto estremo quanto (per certi -estremi- versi) comprensibile. Un film impegnativo ma soprattutto impegnato nella volontà di rileggere la Madre/Mostro nella sua fragilità/complessità umana, lontana dagli studi e dai plastici televisivi dove si sazia la sete di reality dell'orrore.

7.5

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