Recensione Marilyn

Marilyn Monroe rivive nel corpo Michelle Williams e attraverso i ricordi giovanili di Colin Clark

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Presentato lo scorso ottobre al Festival Internazionale del film di Roma arriva nelle sale Marilyn (titolo originale My week with Marilyn), film costruito sulle ‘memorie' di Colin Clark che nel 1956 ebbe l'opportunità di trascorrere una settima a stretto contatto con la diva Marilyn Monroe e raccogliere quei momenti e quelle sensazioni in due diari, pubblicati solo una trentina d'anni dopo. Attraverso questo racconto privato la personalità di Marilyn viene alla luce sia attraverso le difficoltà sul set sia attraverso momenti più intimi in cui la luminosa diva rivela i suoi lati più oscuri, così come anche la sua estrema fragilità. Un film non brillante ma estremamente composto e ben recitato, che incrocia le luci (quelle del jet-set e di un successo senza pari) e le ombre (la paura della solitudine e la ricerca ossessiva di affetto e conferme) per parlare di una donna (prima ancora che attrice e celebrità) la cui essenza, a distanza di cinquant'anni dalla morte, resta ancora avvolta nel mistero. D'altronde impalpabile e irraggiungibile anche quando apparentemente vicina, Marilyn come nessun altro ha dimostrato di esser "fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni".

Sul set de Il principe e la ballerina

Londra, 1956. All'apice della sua carriera, Marilyn Monroe (intensamente interpretata da Michelle Williams) si reca in Inghilterra per girare un film con Sir Laurence Olivier (uno straordinario Kenneth Branagh), il quale è convinto di poter ‘rubare' un po' di gioventù alla instabile vitalità dell'allora trentenne diva. Ma la vita sul set sarà più dura del previsto e tra Marilyn (profondamente volubile e mai puntuale) e Olivier (idrofobo all'idea di dover sottostare ai colpi di testa di un'attrice così giovane e idolatrata) il rapporto si dimostrerà conflittuale sin dal primo giorno di riprese. A mediare sul campo interverranno non solo il carisma di Sybil Thorndike (la sempre ieratica Judi Dench) ma anche l'ingenuità e la voglia di fare del giovane Colin Clark (l'ottimo Eddie Redmayne), ritrovatosi quasi per caso sul set del film. Il ventitreenne ha infatti rifiutato la danarosa via del business garantitagli dalla sua facoltosa famiglia per tentare la strada del cinema, e la sua determinazione sarà ricompensata da una grande occasione. Preso infatti a lavorare come terzo assistente alla regia durante le riprese de Il principe e la ballerina, Colin si ritroverà come per magia a operare al fianco di Laurence Olivier e Marilyn Monroe, e con quest'ultima in particolare instaurerà una fugace intesa destinata a spegnersi insieme alle luci del set. Ma la straordinaria occasione darà a Colin l'opportunità di vedere e vivere da vicino il grande talento e i grandi turbamenti che in egual misura appartenevano a Marilyn Monroe, un'esperienza indimenticabile che tempo dopo Clark renderà nota sottoforma di diario.

Le ombre del successo

Come sempre accade per le biografie o i racconti biografici di cosiddetti personaggi ‘intoccabili' (categoria nella quale Marilyn Monroe rientra appieno, resa celebre non solo dallo straordinario successo ottenuto in vita ma anche dal cristallizzarsi di quel successo nella precoce morte), intento di Simon Curtis (qui al suo primo lungometraggio per il cinema dopo tanta televisione) è quello di sfiorare con lo sguardo filmico un personaggio di fatto inafferrabile, per poi lasciare che siano i suoi gesti e le sue parole a raccontarlo dall'interno. In questo senso grande responsabilità è affidata all'interpretazione per nulla facile di Michelle Williams che esce comunque a testa alta da una sfida che appariva inaffrontabile. La sua Marilyn, per quanto lontana dall'originale, è il giusto mix di incantevole bellezza e disarmante fragilità, solarità e inquietudine, dai quali viene fuori con forza la sostanziale mancanza di affetto della Marilyn bambina a scapito di quella adulta, una giovane donna che elemosina disperatamente affetto negli uomini, nel suo pubblico, nel bagliore del successo. Ma è una lacuna così incolmabile quella di una bambina che allevata in case di estranei senza sapere chi fosse realmente suo padre che nel tempo è mutata in ossessione, quella devastante di essere lasciata, abbandonata. Un'ossessione sta anche a indicare il netto scollamento tra il personaggio (osannato da tutti e aggrappato all'immagine di una donna sicura e vincente) e la persona (profondamente afflitta da un'insicurezza e da un male di vivere che la consumano ogni giorno di più). Il film di Curtis indaga proprio la linea di confine tra queste due Marilyn, sfruttando il contatto con le persone che orbitano attorno all'attrice (Colin, Olivier, la fidata Paula, il neo marito Arthur Miller) per mettere in luce l'uno o l'altro aspetto di questo inscindibile dualismo.

Marilyn Accolto non troppo calorosamente in terra anglosassone, arriva nelle nostre sale Marilyn, film basato sui diari di Colin Clark che ripercorre l’esperienza di Marilyn (nel 1959) sul set de Il principe e la ballerina accanto a Laurence Olivier. Raccontata attraverso gli occhi del giovane Colin Clark, nelle vesti di un giovanissimo terzo-assistente alla regia abbagliato dalla bellezza e dalla sensualità della biondissima attrice, la figura di Marilyn è così scissa nella conturbante sensualità di una diva senza eguali (con la risposta sempre pronta e la capacità di sedurre qualsiasi uomo con uno sbatter di ciglia) e nella fragile emotività di una giovane donna indelebilmente segnata dalle sofferenze del suo passato.

6.5

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