Recensione Margaret

Un grande cast per un film dal complesso percorso artistico e distributivo

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Correva l’anno 2005...no, non è l’ennesimo flashback di un anziano signore nell’atto di narrare le sue memorie. Molto peggio: è un tipico caso di cinema flagellato da problemi di distribuzione. È uscito infatti solo pochi giorni fa in Italia, e nell’ultimo quadrimestre del 2011 negli Stati Uniti, il film Margaret, avviato nel 2005 e previsto per il 2007. Una serie di cause legali relative alla post-produzione avevano complicato i lavori, tanto che al 2009 il lungometraggio era ancora incompleto. Una delle case di produzione è la Fox Searchlight Pictures (una divisione della 20th Century Fox), dedicata al mercato indipendente, anche se sarebbe corretto dire “mercato meno mainstream” in questo caso, visto che la casa ha prodotto anche film come (500) giorni insieme e The Millionaire: non certo dei blockbuster, ma nemmeno l’esatta definizione di titolo indipendente. Ad ogni modo, il ramo “indie” nella Fox ha avuto il suo bel daffare con questo film e le cause legali che lo hanno interessato. Dopo una lunga attesa, durante la quale il regista e sceneggiatore Kenneth Lonergan si è rifiutato di ridurre la notevole lunghezza del suo operato, il film è uscito nelle sale statunitensi il 30 settembre 2011, a sei anni dall’inizio della lavorazione, incassando poco più di 7.500 $. Certo non ci si può attendere un boom d’incassi per un film così lungo (due ore e mezza!), su cui campeggia il nome misconosciuto di Kenneth Lonergan (al grande pubblico dirà sicuramente poco, è noto soprattutto come sceneggiatore, tra i suoi lavori annovera Gangs of New York), trascinato per sette anni e curato da una scarna campagna pubblicitaria. Uscito in uno sparuto numero di sale in Italia, al primo weekend di apertura ero il solo in sala all’UCI Bicocca. Sicuramente un peccato, dal momento che il film, su cui han messo mano registi come Martin Scorsese, Sydney Pollack e la pluripremiata montatrice Thelma Schoonmaker, è uno dei più meritevoli della stagione.

È VIETATO PARLARE AL CONDUCENTE

Il plot segue la vita di Lisa Cohen (interpretata da una Anna Paquin in grande forma), studentessa diciassettenne risoluta e autoritaria, dalla scorza rigida ma dal cuore debole. Proveniente da una benestante famiglia ebrea, vive con la madre, lanciatissima attrice teatrale della scena newyorchese, mentre il padre convive con un’altra donna a Santa Monica, in California. Lisa è né più né meno un’adolescente come tante, ma con un carattere forte che la porta ad imporsi in modo dispotico. Aggressiva e autoritaria nei dibattiti scolastici (tanto da venire accusata di “censura” o invitata a candidarsi alla Casa Bianca), ammira Aaron Caije (Matt Damon), il suo professore di matematica con cui intraprende un lungo flirt, mentre si prende pubblicamente gioco del docente di letteratura. Fuma spinelli, beve, si approccia in modo confuso e insicuro al sesso maschile, e ovviamente ha un rapporto complesso coi genitori. Ce n’è abbastanza per farci un’insalata tuttigusti in pieno stile “film di formazione”.
A dare lo scossone al tutto è un brusco incidente: Lisa rincorre un autobus per fare una domanda all’autista il quale, distrattosi, passa col semaforo rosso, travolgendo una passante (Allison Janney). Lisa tiene tra le braccia la donna nei suoi ultimi istanti di vita, in una delle sequenze più realistiche e crude del film. I momenti successivi saranno fondamentali: in preda allo shock, e dopo un gioco di sguardi con l’autista dell’autobus (Mark Ruffalo), Lisa testimonia il falso, alludendo al semaforo verde, per coprire il guidatore. Da allora, il film si dipana in un vortice di perdizione e conseguenti tentativi di redenzione tipici dell’adolescenza combattiva e del film di crescita, alternando sfoghi, rabbia e tristezza in una sceneggiatura condita di sesso, droga e rock’n’roll, un poutpurri di rancori familiari, incomunicabilità e incertezze che pesano tonnellate.

A sala deserta

È sabato pomeriggio. Nelle vicinanze del multisala la folla attende il Papa lungo il viale. Il film, dal basso della pessima promozione con cui è stato lanciato, non aveva tutte le carte per fare il pienone, eppure quando mi ritrovo ad essere l’unico in sala non posso fare a meno di restare un po’ turbato. La sensazione è la stessa di una grande metropoli ad agosto: un senso di malinconica solitudine, vagamente stemperato dal piacere di poter parcheggiare senza problemi. Così ho scelto il posto a mia pura discrezione, una posizione perfetta, con la possibilità di emozionarmi, agitarmi e sussultare senza dare nell’occhio, godendo dell’impianto dolby e dell’eccellente curvatura dello schermo del cinema. Il rammarico è pensare a quale ampia fetta di pubblico perderà questo titolo, tra i migliori della stagione al momento. Margaret è non solo un valido film di formazione, ma anche un film sui tormenti dell’esistenza e della personalità, e soprattutto un lungometraggio sulla colpa e l’espiazione. Ma anche, possiamo azzardare, sulla vita in generale. Poteva essere un mattone pesante da digerire, invece una buona scrittura e una regia di gran classe rendono 150’ di materia pungente capaci di un notevole coinvolgimento, al punto che solo a tratti la lunghezza si fa (inevitabilmente) sentire, ma solo in modesta entità. Possiamo idealmente collocare una cesura in due parti del film, di cui la prima è la colpa, dedicata all’adolescente in balìa dei fatti, non solo per il tragico incidente, ma anche per come gestisce i rapporti coi suoi coetanei e col professore da cui è attratta. La seconda è l’espiazione, in cui Lisa non si dimostra certo matura né più coscienziosa, ma almeno più autonoma e coerente, affrontando a modo suo e secondo le proprie scelte le scottature lancinanti degli anni più cruciali della vita di ogni individuo.

VITA E ARTE

Tutto il film è un’accoppiata intradiegetica di arte ed esistenza, estetica ed etica che da sempre si confondono e si sovrappongono, leccandosi le ferite a vicenda e tentando di interpretarsi. Non è solo l’arte a disegnare interpretazioni della vita,

"La sceneggiatura di uno scrittore navigato come Lonergan è abilissima nel condire col giusto pizzico di asprezza un sapiente, e affatto consolatorio, intreccio di problematiche giovanili."

ma anche la vita a cercare di convalidare le astrazioni estetiche. Margaret è, fin dal titolo, un buon esempio di questo binomio: si riferisce al poema “Primavera e autunno” di Gerard Manley Hopkins, il cui testo diventa specchio delle inquietudini e dei sentimenti della protagonista. Ma il fatidico mix arte+vita è ravvisabile anche nella fase dell’adolescenza, quando si fronteggia la vita di petto cercando di collocare i pezzi del puzzle al posto giusto, costretti a reinventare l’intero quadro definitivo quando non si trova la posizione corretta del tassello. Non è un caso se Monica Sloane (Olivia Thirlby), la migliore amica della defunta, arriverà ad impartire una severa paternale a Lisa: “Non siamo personaggi secondari della grande storia della tua vita”. Sostanzialmente il film è una fuga da un sistema di matrioske, un viaggio di crescita attraverso le concentriche barriere che separano il momento dell’infanzia da quello della maturità, con il grande salto dell’adolescenza, costretti a dover ripensare gli schemi, ad alzare la voce contro il vento e prendere a pugni i moscerini. La sceneggiatura di uno scrittore navigato come Lonergan è abilissima nel condire col giusto pizzico di asprezza un sapiente, e affatto consolatorio, intreccio di problematiche giovanili. Siamo grati a Lonergan per non aver abusato dell’ultra inflazionato tema dei problemi in famiglia, preferendo dirottare il plot (scelta vincente) su vettori decisamente tragici ed iperbolici, in grado di veicolare efficacemente le sensazioni e le emozioni di Lisa attraverso momenti tra i più delicati, come la morte e la causa giudiziaria. Da un lato il film non si fa mancare tutti i topoi del film di formazione, dalla famiglia ai rapporti sessuali, dallo sballo fino alle ostilità per le nuove figure nel nucleo familiare, come Ramon (Jean Reno), accontentandosi tuttavia di accennarli per preferire l’approfondimento di nuove aree nevralgiche della tragedia della crescita. L’ammonimento di Monica a Lisa, “Un giorno crescerai e allora vedremo come la penserai”, ricorda allo spettatore che ci troviamo in una fase limbica, dove nulla è definitivo per la protagonista, alle prese con qualcosa di più grande e con tutti i conflitti di cui si fa specchio. Il gioco chiasmatico per cui la madre recita a teatro, pièce dopo pièce, sempre lo stesso spettacolo e con sempre maggiore tristezza, si unisce all’accusa mossa a Lisa di rendere ogni avvenimento drammaturgico, con epicentro sulla sua vita. Un generale richiamo alla reale sostanza dei fatti, in un film in cui ogni personaggio rivendica la propria autonomia caratteriale in una verosimiglianza sorprendente, lottando rumorosamente (come può essere la compagna iraniana di Lisa) o silenziosamente (come il professore di matematica), ma sempre rifiutando di essere semplici deuteragonisti. A questo piacevole valzer di pathòs, climax e dramma, si unisce una regia degna di nota.

Fin dagli opening credits sappiamo di trovarci di fronte a una buona ricerca visiva: la telecamera indugia sulle folle newyorchesi riprese nel loro anonimo e indifferente accalcarsi sulle strade, rigorosamente al rallentatore e abbagliati da una fotografia calda, una luminosità quasi abbacinante dove le persone sono frenetiche e veloci, cui per contrappasso si oppone un rallentamento in video editing, rendendole formiche in preda al panico in netto contrasto coi corpi solidi dei grattacieli che Lonergan si dimostra abile a filmare e rendere in tutto il loro nutrito volume. Proprio la città è una protagonista fredda e silenziosa del film, coi suoi incroci pericolosi, le luci sfocate, ma soprattutto con le architetture attorno alle quali la telecamera volteggia, quasi a ridurre drasticamente le dimensioni delle nostre vite e dei nostri dilemmi.

Margaret Il film ha avuto un destino infelice per il suo debutto al grande schermo, ma il suo esito non è ancora stato scritto: cinefili e non solo devono tenere in considerazione la forza della sceneggiatura, l’interessante regia, discreta ma fuori dal comune, e il decisivo contributo di Martin Scorsese e Thelma Schoonmaker nella composizione di un film che, piuttosto di uscire in sala secondo una ridotta e innaturale versione commerciale, ha preferito mangiare la polvere e raccogliere le briciole, ma si è conservato autonomo con la sua visione a 360° sul mondo. I momenti di caduta di tono (ma non anticipiamo per evitare spoiler) sono pochi e non pesano sulla visione complessiva. Un film che merita di essere visto e rivisto, anche solo per l’ottimo lavoro dell’attrice protagonista.

7.5

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