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Recensione Manglehorn

Al Pacino è un moderno e dimesso Cyrano de Bergerac nel desolante paesaggio texano filmato da David Gordon Green

recensione Manglehorn
Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Le giornate passano lunghe e tristi, più o meno tutte uguali, per Angelo Manglehorn (Al Pacino), che gestisce un negozio di ferramenta ed esercita come fabbro a domicilio, ma nasconde qualche scheletro nell'armadio relativo a quando era più giovane e incosciente. Gli unici momenti di gioia, tra una serratura da aggiustare e un pranzo in tavola calda, li prova in compagnia del suo gatto e della sua nipotina, nonostante il rapporto col figlio, affarista di successo, sia decisamente altalenante. Il problema più grosso, tuttavia, è il suo attaccamento quasi morboso per un amore di gioventù che si è lasciato sfuggire e che, ormai da decenni, rincorre tramite struggenti lettere scritte nel suo laboratorio, divenuto col tempo un santuario ad un amore impossibile. Manglehorn, dedito così a una vita di rimpianti, si perde ogni possibilità di riscatto da una vita considerata mediocre. Tuttavia, lo sviluppo della sua relazione con la dolce bancaria Clara (Holly Hunter) potrebbe dargli la scossa necessaria per voltare pagina...

La solitudine di Al Pacino

Al Lido il grande Pacino è stato protagonista di ben due film: il qui analizzato Manglehorn e The humbling, e in entrambi interpreta un uomo solo, bisognoso d'amore... e proprietario di un gatto! Al di là del trivia, si tratta naturalmente di due film molto diversi: mentre il film di Barry Levinson è un dramma, la pellicola destinata al Concorso di David Gordon Green (nuovamente a Venezia dopo l'exploit dello scorso anno con il buon Joe) è una storia d'amore, per quanto una delle due parti in causa, praticamente, si vede solo in foto. Certo, il concept non è forse originalissimo, ma la storia (scritta da Paul Logan) è molto onesta e rende davvero bene la psicologia di un “malato d'amore” che persegue con tutte le sue forze il suo sogno romantico, nonostante tutto e tutti, e andando contro anche alle evidenze. Manglehorn è un moderno Cyrano, poco guascone ma molto romantico, a cui manca la doverosa fiducia in se stesso e il coraggio di lasciar andare qualcosa che, ad ogni modo, per quanto bello, non ha funzionato e non funzionerà mai, per riscoprire infine che la vita dona nuove possibilità se solo sappiamo coglierle. E Pacino è, come sempre, uno straordinario interprete, che qui lavora di sottrazione ma è sempre presente in scena e, chiaramente, regge il film mentre Gordon Green esplora, nuovamente, vite ai margini radicate in qualche cittadina sperduta del Texas.

Manglehorn David Gordon Green, abbandonate (definitivamente?) le commedie e le goliardate di qualche anno fa, ci regala un altro tassello di vite ai margini e piene di rimpianti (ma in attesa di riscatto) con Manglehorn, dramma di matrice romantica con protagonista un sommesso Al Pacino, qui affiancato da ottimi comprimari come Holly Hunter, Harmony Korine e Chris Messina. Tra citazioni a La dolce vita e slice of life tipicamente texani arriva a Venezia un film certo non memorabile ma onesto e compiuto, in grado di mostrare con veridicità la psicologia tipo di un “malato d'amore”.

6.5

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