Recensione Maicol Jecson

Francesco Calabrese ed Enrico Audenino presentano un'originale storia di formazione

recensione Maicol Jecson
Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

La reazione a Maicol Jecson, nuovo film italiano lanciato nella programmazione estiva a metà luglio, è straniata. Prodotto indipendente tricolore, animato da tanti buoni propositi fin dalla sua scrittura che tocca corde da neorealismo magico e gioca con un misto di stereotipi e nuove intuizioni, il nuovo lungometraggio lanciato dalla romana Wider Films s’inscrive nella bizzarra intersezione tra sottoinsiemi di generi come il teen-movies, il road-movie, connotati da realismo magico talvolta di venatura surrealista, e naturalmente il prolifico filone adolescenziale della famigerata “prima volta”, che in tutto il cinema conosce una fortuna imperitura ed anche in questo caso è uno dei pochi motori del film a funzionare davvero bene. Ma il fattore davvero straniante sono i due assi del film: sull’asse delle ascisse sta il movimento geografico, il road-movie che parte dalla periferia residenziale di Roma e passa per luoghi sperduti e sempre più inverosimili e “metaforici”, mentre sull’asse delle ordinate si colloca la scala generazionale, che va dalle giovanissime generazioni rappresentate dal fratellino Tommaso, a quella dell’adolescente protagonista Andrea fino al loro improbabile compagno di viaggio, l’arzillo Cesare affetto da Alzheimer e convinto di essere il loro nonno.

Estate 2009

È l’estate del 2009, Andrea è un ragazzino adolescente alle prese con i drammi della “prima volta”: l’oggetto dei desideri è la bella e affascinante Eva, che vive nel suo stesso quartiere alle porte di Roma e che sembra provare un sincero interesse per lui. L’occasione propizia si presenta a fine giugno, quando la madre parte col compagno e Andrea ha il piano di fingersi malato per evitare di partire per il summer camp. Unico problema? Anche il fratellino Tommaso, otto anni, fanatico di Michael Jackson tanto da imitarlo continuamente e girare con una maschera dai sapori veneziani, decide di non partire e di restare a casa con il fratello. Cominceranno una serie di avventure e disavventure, una catena di sfide per avere la casa libera e l’opportunità di abbattere il mitologico lucchetto della verginità assieme ad Eva, prima che parta. In una Roma spopolata dalla partenza per le vacanze, con colori fiabeschi e una fotografia nostalgica, Andrea cerca di rifilare il fratellino per una notte a uno dei suoi amici: i compagni di skate, macchiette col cappello al contrario e hip hop nelle orecchie, l’amico fricchettone che assiste il nonno in ospizio intervallando corposi spinelli, e l’amica del cuore Sara, con cui è cresciuto per anni e che sembra avere ancora un debole per Andrea. L’ultima pensata: rifilare il fratellino Tommaso a uno dei vecchi del centro Alzheimer, fingendo il “gioco del nonno”. Per tutta risposta, l’eccentrico e “vigoroso” Cesare crede davvero di essere il loro nonno e andrà a vivere con loro, assistendo i due ragazzini nelle loro manie e nei facili sogni ingenui, trascinandoli in un viaggio laziale dai contorni surreali, alternati da ufo, camminate nel “deserto” e improbabili notti a dormire nella casa delle bambole in giardino.

La fine dei sogni

Ma la fine deve arrivare, prima o poi: arriva la fine dei sogni, per un film che è stato costruito pensando alla narrazione di formazione dai lineamenti onirici, e arriva la fine dell’estate, il disincanto e il cinismo, lo sgretolarsi delle convinzioni, emblematicamente rappresentato dalla morte di Michael Jackson così come del pesciolino Maicol. E’ forse questa originale idea di affiancare il film di formazione a contrasti forti, inserendo un co-protagonista della terza età, un viaggio inverosimile e soprattutto il parallelo con la nota popstar, la migliore freccia all’arco del film. La struttura, di per sé interessante, non regge però un racconto che stanca in fretta, dilatando gli 84 minuti che sembrano essere più di due ore: l’esordiente Vittorio Gianotti non convince, e ha il compito non facile di dover reggere sulle proprie spalle un intero film, risultando convincente solo nei momenti di racconto in prima persona, quando si rivolge direttamente allo spettatore. I più convincenti sono gli attori di lunga data, con più esperienza: il fantastico Remo Girone nei panni di Cesare, la figura meglio disegnata del film (agli sceneggiatori e registi, Enrico Audenino e Francesco Calabrese, bisogna lamentare anche questo: una scrittura abbozzata e superficiale del giovane Andrea, mentre paradossalmente il fratellino Tommaso è delineato molto meglio), e la vedova Maria interpretata da Stefania Casini. Il film ammicca a facili metafore e allegorie, ma diluisce l’intuizione della “divinità” Michael Jackson all’interno di un viaggio esasperato, dove gli amici skater sono tremendamente stereotipati, l’amica d’infanzia Sara appare una figura inutile e determinati episodi, su tutti quello del fanatico Jannis e degli alieni, impoveriscono di fatto il film. La missione “sessuale” da consumare con Eva, nome di ampio respiro biblico che pare alludere al peccato originario e alla cinica realtà dietro le esagerate speranze (speri di trovare l’Eden invece vieni banalmente scaricato sulla Terra incolta e selvaggia) si perde tra i numerosi, eccessivi subplot di un film che sembra volersi caricare di troppi colori pur di colpire lo spettatore.

Maicol Jecson L’opera di Audenino e Calabrese è da premiare per il tentativo, per il progetto partito bene anche se concluso male. La volontà di racconto alternativa, che pare simile più all’anima di nuovi teen movies americani, come il recente The Kings of Summer, rispetto ai “colleghi” italiani, perde tuttavia l’equilibrio e la coerenza, e a fronte di una buona fotografia e qualche interessante spunto risente però negativamente e di un calderone troppo pieno e dispersivo, con giovani attori di nuova leva che non riescono nell’ambizioso compito di reggere tutto il film, specialmente se affiancati a mestieranti di lunga carriera che “inaspriscono” ulteriormente il divario.

5.5

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