Recensione Magic Mike

Il nuovo film dell'eclettico Steven Soderbergh, tra commedia e dramma

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Gira di brutto, Steven Soderbergh. Gira come un forsennato, tanto da aver portato a compimento, nell'arco degli ultimi due anni, ben tre progetti per il grande schermo (l'apocalittico Contagion, l'action Knockout - Resa dei conti e questo Magic Mike). Il che fa sorgere spontanea una domanda: ma non aveva detto che voleva lasciare il cinema per dedicarsi a tempo pieno alla pittura? Tutte fandonie, a quanto pare. Esattamente come per le voci che, solo qualche tempo fa, volevano Joaquin Phoenix desideroso di abbandonare la carriera d'attore per intraprendere quella di rapper (?!!?), per poi scoprire che si trattava solo di una mera "scusa"/trovata commerciale per realizzare il mockumentary di Casey Affleck, I'm Still Here, con lo stesso Phoenix protagonista. Ad ogni modo, il fratello del compianto River, l'attore, continua a farlo, e anche piuttosto bene, come abbiamo avuto modo di vedere nel recente The Master di Paul Thomas Anderson.
Non da meno, anche Soderbergh non molla la macchina da presa, sempre con lo stesso, eclettico sperimentalismo che, fin dagli inizi della carriera, lo ha distinto dalla stragrande maggioranza dei colleghi dello star system e reso una delle voci più interessanti dalla fine degli anni '80 a oggi.
Amato e odiato senza mezze misure, spesso considerato niente di più che un "paravento", imprevedibile, pungente e provocatorio, Soderbergh passa regolarmente e con invidiabile disinvoltura da prodotti indipendenti e low budget a blockbuster sbancabotteghino con cast ultra stellare annesso. Certamente, in Magic Mike, i nomi altisonanti, il look patinato e l'aria modaiola non mancano, ma è altrettanto indubbio che ci troviamo di fronte a uno di quei film da cui ci si può, e ci si deve aspettare di tutto.

MAGIC SODERBERGH

A un certo punto del film, il protagonista Channing Tatum pronuncia una frase che è praticamente impossibile non ricondurre a una delle citazioni simbolo di un indiscusso cult come Fight Club. Analogamente al Brad Pitt/Tyler Durden della pellicola diretta nel '99 da David Fincher, anche Mike/Tatum, in un dialogo con uno dei personaggi femminili del film, sostiene di non essere "il suo lavoro" o la quantità di soldi che guadagna, quindi di non essere né un "vero" spogliarellista, né un "vero" muratore, né un "vero" pr delle discoteche. Questo è solo ciò che fa in attesa di "altro", di raggiungere il suo vero traguardo e di dare una svolta alla propria vita.
Ma, in una società ormai interamente basata sul culto dell'"apparire" e non dell' "essere", risulta alquanto difficile convincere una persona, sia essa anche il tuo migliore amico, che ciò che fai non rappresenta affatto quello che realmente sei.
Ed è così che anche i muscoli, gli addominali scolpiti nel marmo e la prestanza fisica perdono il proprio valore e non bastano più a fare di te un "figo"; ci vuole ben altro, oggi, per essere veramente "fighi", quell' "altro" che esula dalle componenti fisiche e che va, invece, ad abbracciare la moralità di un individuo, alla quale né le palestre né i centri d'abbronzatura possono contribuire in alcun modo.
E' proprio questa la ragione per cui, da un film come Magic Mike, ci si deve aspettare di tutto, tanto più che al timone di regia c'è Steven Soderbergh.

PRO E CONTRO

Per il resto, dalla trama alla complessiva costruzione dell'impianto narrativo, la pellicola viaggia su binari piuttosto accessibili, non proponendo nulla di particolarmente sbalorditivo ma facendosi comunque apprezzare per tutti i suoi 110 minuti.
Tre le figure prese in considerazione: oltre a Mike/Tatum, anche il giovane Adam (Alex Pettyfer) e Dallas (Matthew McConaughey), gestore dell'Xquisite, il locale in cui Mike e gli altri spogliarellisti, tra cui lo stesso Adam, si esibiscono di fronte a centinaia di donne urlanti.
In pratica è questo il canovaccio sul quale si regge il film di Soderbergh, alternando spesso commedia e dramma e facendosi ricordare soprattutto per quei temi più nascosti che, magari, il grande pubblico non prenderà nemmeno in considerazione.
Pochi i difetti, essenzialmente tre: il primo è che il film è un po' troppo prolisso, alla lunga ci si stanca; il secondo è che, magari, da Soderbergh ci si sarebbe aspettati qualcosa più incline al suo profilo artistico, qualcosa di più sperimentale, di più cattivo e di più sporco. Invece, di tutto ciò c'è ben poco, ma va bene così; il terzo è il pessimo doppiaggio italiano (nella sua performance musicale, McConaughey rischia quasi di ricordare Alex Britti...), ma qui la colpa è solo e soltanto nostrana.
Suppliscono in parte il buon cast, con il sempre adatto Channing Tatum, un Alex Pettyfer che riesce a convincere nonostante mantenga un'unica espressione per tutto il film, e un Matthew McConaughey con un ruolo che gli si cuce addosso da solo e che nessun altro avrebbe potuto interpretare meglio.
Ultima, ma non per importanza, una colonna sonora da brivido, che varrebbe da sola il prezzo del biglietto.

Magic Mike L'apparenza, il più delle volte, inganna. Lo dimostra il nuovo film del prolifico Steven Soderbergh, che altro non sembrerebbe se non un semplice prodotto di intrattenimento, rivelando, invece, molto più di quanto non appaia in superficie. Forse da Soderbergh ci si aspettava addirittura qualcosa di più profondo, ma è un film pensato per il grande pubblico, e ciò che viene messo in mostra, per gli spettatori, può essere più che abbastanza. Note di merito per il cast e per una colonna sonora mozzafiato. Da dimenticare, invece, il doppiaggio italiano.

6.5

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