Recensione Magic in the Moonlight

Woody Allen torna a parlare di magia, con l'aiuto di Colin Firth ed Emma Stone

recensione Magic in the Moonlight
Articolo a cura di
Serena Catalano Serena Catalano Figura mitologica metà umana e metà pellicola, ha sfidato e battuto record mondiali di film visti, anche se il successo non l'ha minimamente rallentata. Divora cortometraggi, mediometraggi, lungometraggi, film sperimentali, documentari, cartoni animati: è arrivata addirittura fino alla fine della proiezione di E La Chiamano Estate. Sogni nel cassetto? Una chiacchierata con Marion Cotillard ed un posto nei Tenenbaum.

Immaginate di ricevere una splendida cartolina con uno di quegli scatti perfetti, che si guarderebbero per ore. La posa, la luce, solo osservando quella cartolina sembra di esser stati trasportati per magia nel luogo rappresentato e poi, una volta girata, le aspettative di leggere un messaggio altrettanto bello svaniscono nel veder scritto il solito, banale, visto e rivisto ‘saluti e baci’. Magic in The Moonlight, l’ultima di tante - forse troppe? - fatiche registiche di Woody Allen è proprio così: una splendida cartolina del sud della Francia intervallata ad interni magistralmente affrescati che sembrano usciti dall’immaginario di Edward Hopper, trascinata tuttavia in una scrittura priva di originalità, eccessivamente dialogata perfino per uno come Woody Allen, che crea dei sistemi e delle tematiche che oramai sanno troppo di già visto.
Il problema inizia già dai titoli di testa, dove a risuonarci nelle orecchie durante i classici titoli su nero è “You Do Something To Me”, canzone già utilizzata nella colonna sonora di Midnight in Paris: una citazione, all’apparenza, che tuttavia funge da ‘mindset’ per lo spettatore - immediatamente trasportato in un contesto che si riconferma nella prima parte del film: teatri gremiti e locali, in una Berlino affrescata da una fotografia davvero magica, dove Colin Firth si trasforma da asiatico illusionista sul palco a cinico conoscitore dell’inganno fuori da esso, ingaggiato da un amico proprio per scoprire l’ipotetica frode che si nasconde dietro una chiaroveggente (Emma Stone) accusata di aver sedotto un ricco possidente con il suo supposto ‘dono’.

Abbiamo bisogno delle nostre illusioni per vivere

Dal momento in cui il film si sposta nel sud della Francia, la cifra stilistica di Allen sembra voler timidamente far capolino attraverso le parole del cinico Stanley Taplinger (Colin Firth), che di fronte alla chiaroveggente Sophie Baker tenta continuamente di smascherarne l’inganno, convinto da una vita intera che non esista nulla di ‘magico’ al mondo. Sebbene l’ambiguità delle visioni di Sophie venga mantenuta ottimamente durante lo svolgimento - grazie anche ad un’inaspettata interpretazione di Emma Stone, che sembra nata per stare davanti alla macchina da presa di Woody Allen - le eccessive spiegazioni dello smascheratore tendono a sovraccaricare la pellicola degli stessi concetti, e porta necessariamente al confronto con tentativi sicuramente meglio riusciti dello stesso genere (il recente Scoop, più ritmato e coinvolgente, è solo uno dei possibili esempi). Non aiuta affatto l’interpretazione di Colin Firth, privo di quell’arroganza comica alla Oscar Wilde di cui il personaggio avrebbe bisogno ed affossato invece in un’aura alla Mr. Darcy imbronciato, che rende poco sentito dallo spettatore anche il risvolto finale della vicenda. Nel complesso, dopo il piacevole stupore iniziale dato soprattutto dalle immagini e dalla colonna sonora che le accompagna, si viene trascinati in un viaggio poco sentito, che nonostante qualche picco più particolare arriva alla fine lasciando lo spettatore privo di un reale coinvolgimento, esattamente come di fronte ad uno spettacolare numero di magia di cui purtroppo conosciamo già il trucco.

Magic in the Moonlight Magic in the Moonlight non è probabilmente il peggior film di Woody Allen, anzi: risulta essere, nel complesso, una pellicola accettabile che si fa guardare con piacere, senza tuttavia entusiasmare oltre il semplice intrattenimento. La perfetta costruzione tecnica - montaggio, fotografia, costumi - che ricordano l’accuratezza di Midnight in Paris non hanno purtroppo una solida base di scrittura, vero grande marchio della filmografia del regista. Siamo lontani dai fasti dei dialoghi di Blue Jasmine, anche se il livello generale soffre anche a causa dell’interpretazione un po’ sofferta di Colin Firth, ridotto a macchietta stilistica di fronte ad una Emma Stone che invece trascina perfettamente il film, così tanto calata nello stile Alleniano da far pensare che possa essere nata una nuova musa per il regista americano.

6.5

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