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Recensione Macbeth

Alla Mostra del Cinema di Venezia la versione restaurata del classico di Shakespeare firmato Roman Polanski

recensione Macbeth
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Il Macbeth (ripresentato in versione restaurata all'appena trascorsa Mostra del Cinema di Venezia) è un film particolare nella filmografia di Roman Polanski. L'ennesima trasposizione cinematografica dell'opera shakesperiana, realizzata nel 1971, segna infatti il ritorno alla regia del maestro franco-polacco dopo la tragedia privata che lo colpì solo due anni prima quando la moglie Sharon Tate venne brutalmente uccisa dalla setta di Charles Manson. E forse anche proprio la scelta di rivisitare il più oscuro dei classici del Bardo inglese aveva nelle intenzioni dell'autore un che di catartico; non a caso può essere considerata tra le pellicole più cupe firmate da Polanski, nella quale nonostante la solita eleganza alla quale ci aveva abituati si intravede anche un tumultuoso fremito emotivo che ne ha in parte prbabilmente penalizzato il comunque notevole risultato finale.

Scozia, Basso Medioevo. Macbeth, barone di Glamis, incontra sul suo cammino tre streghe che gli pronunciano delle allettanti profezie, secondo le quali il nobile sarebbe destinato a divenire prima Barone di Cawdor e in un prossimo futuro addirittura Re. In seguito il trio di megere fa una rivelazione anche a Banquo, storico amico e compagno d'armi di Macbeth: la sua progenie siederà sul trono. Quando apprende di esser stato nominato barone di Cawdor, in seguito al tradimento del suo predecessore, Macbeth comincia a credere alla profezia e ne informa lady Macbeth. La donna, per assicurare il trono al marito, lo convince ad uccidere l'attuale re che si era recato in visita da loro e a far ricadere le accuse dell'omicidio sui figli del sovrano. Messo in atto il suo piano Macbeth viene nominato re, ma quando la sete di potere lo divora anche il suo amico Banquo diviene un potenziale pericolo... mentre un'altra profezia gli assicura che non sarà mai in pericolo di vita fino a quando la foresta di Birnan non avanzerà verso il castello di Dunsinane.

"Ciò che l'uomo osa, io oso"

Prodotto da Hugh Hefner e la sua Playboy Productions, il Macbeth di Polanski è una visione tanto affascinante quanto imperfetta. Se la cupezza delle ambientazioni si rispecchia fedelmente in una carattarizzazione dei personaggi sempre sull'orlo dell'abisso, con momenti di ispirata follia, a mancare è quella poesia radicata, solenne e dolente, della fonte originaria che, pur traducendosi alquanto fedelmente nei dialoghi, non riesce mai ad esplodere del tutto con la giusta potenza emotiva. Esempio tra gli esempi la sequenza della "foresta in movimento" che aveva avuto ben altro risalto nella trasposizione nipponica del dramma, Il trono di sangue, firmata dal maestro Akira Kurosawa ben quattordici anni prima. Qui Polanski nonostante l'ampio numero di comparse sembra giocare coscientemente su un metodico minimalismo proprio per concentrarsi sui tormenti interiori di Macbeth e della sua sposa, ossessionati dagli orrori commessi per garantirsi il trono. Tragico al punto giusto ma privo di quella carica epica che avrebbe conferito maggior appeal alla narrazione, nelle sue due ore di durata il film riesce comunque ad appassionare grazie all'ottima caratterizzazione del suo protagonista, interpretato con dovizia (ma senza eccellere) dall'attore teatrale Jon Finch. In un medioevo brutale e oscuro, esaltato dieci anni dopo dal capolavoro Excalibur di John Boorman, si muovono così le vicende intessute dall'arcano sapere pagano, in cui gli uomini si muovono come pedine dominate da un fato crudele e spietato, che ben si risveglia in alcune sequenze crude e sanguinolente che rinvigoriscono il racconto.

Macbeth Roman Polanski riversa nella sua versione del Macbeth tutti i tormenti dovuti alla tragedia personale che lo aveva colpito soltanto poco tempo prima. E così alla bellezza dei paesaggi fa da contraltare un'atmosfera cupa e opprimente, che cerca poco lo spettacolo ma si concentra sul dramma interiore del dannato protagonista e di un'epoca spietata dove nessuno è al sicuro. Il voluto minimalismo della messa in scena non rende sempre giustizia all'opera originaria, ma il film ha comunque una sua intima e rabbiosa potenza che esplode in più di un'occasione.

7

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