Roma 2014

Recensione Lulu

Due esistenze innamorate e alla deriva nell'opera eccentrica ma sensibile del giovane argentino Luis Ortega

recensione Lulu
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Lucas e Ludmilla stanno insieme, si amano e sognano di costruire un loro futuro come altri milioni di innamorati al mondo. Ma la loro è un'esistenza precaria, sbandata, itinerante, dove l'idea di costruire qualcosa sembra tanto lontana quanto irrealizzabile. Lei, Ludmilla (detta Lulu) ha un grosso casco di capelli ricci schiacciati in testa e trascorre il tempo a girare su una sedia a rotelle di cui in realtà non ha più bisogno. Lui, Lucas, a tempo perso trasporta carcasse di macelleria con un furgone, ma più di frequente è un piccolo criminale sbandato dedito perlopiù a ‘ragazzate creative', come derubare una farmacia truccato da donna per poi danzare sul bancone o seguire ragazze incontrate per caso spinto dalla sola curiosità di farlo. Per vagare senza una reale fissa dimora assieme a Lucas, Lulu ha lasciato casa dei genitori e un padre che forse ha ancora poco da vivere. Due disadattati urbani ma anche due antieroi dal fascino magnetico abituati a esistere senza regole, a giocare con la vita (e con la morte), a rincorrersi, a sognare forse un mondo migliore nel quale poter vivere - magari un giorno - 'più ordinatamente'.

Amori inafferrabili

Dopo un precocissimo esordio a soli diciannove anni (Black Box) e il successivo Monobloc (del 2005) l'argentino Luis Ortega (classe 1980) approda alla nona edizione del festival di cinema capitolino con Lulu, storia inscritta in un realismo magico che racconta l'amore posizionandolo in una cornice di dannazione dantesca. Sfiorarsi e rincorrersi senza la (reale) possibilità di aversi è infatti un po' il nodo concettuale attorno al quale gira Lulu: un'opera costruita nella contemplazione di due esistenze diverse, a dir poco anticonvenzionali, eppure in grado di sprigionare una straordinaria energia vitale. È infatti proprio il loro girare a vuoto, alla ricerca di uno spazio esistenziale che forse non troveranno mai, a riempire gli ottanta minuti della narrazione del film argentino. In particolare, l'attenzione del regista è ferma sui volti e sui corpi dei due protagonisti, sul loro modo eccentrico e suggestivo di muoversi in relazione al mondo circostante. Un'attenzione che con l'avanzare dei minuti e della narrazione tende a spostarsi dalla coppia a Lulu: è lei sin dal titolo la vera protagonista di un racconto che accosta la stravaganza e la bellezza fisiognomica del suo essere al surrealismo magico del suo vivere. Non tutto quadra come dovrebbe o riesce ad assumere significato pregnante nell'opera di Ortega, eppure c'è una sorta d'incanto, o rapimento, che dagli occhi e dallo sguardo dell'intensa Lulu di Ailín Salas (e nell'eccentrico Lucas di Daniel Melingo) transita per lo schermo fino a raggiungere lo spettatore - perlomeno, quello disposto a coglierla. Una carica emotiva subliminale che Ortega semina attraverso il suo rapsodismo narrativo e che poi chiude in un epilogo di rottura, spiazzante. E dunque se da un lato manca in Lulu, di fatto, uno scheletro narrativo capace di creare la classica linea guida che aiuti lo spettatore a decodificare il film, dall'altro è proprio l'inconsistenza strutturale dell'opera, la sua evanescenza concettuale a far emergere (per contrasto) la carica espressiva insita nei due protagonisti. A questo si aggiunge un occhio registico originale con cui Ortega costruisce alcune sequenze (su tutti la rapina in farmacia e la scena dell'epilogo) che da sole restituiscono la cifra stilistica di un film che vive di momenti e proiezioni come fosse lo stato prettamente onirico e disfunzionale dell'amore reale.

Lulu Il trentaquattrenne argentino Luis Ortega approda al Festival di Roma con la sua opera terza, Lulu, una parabola evanescente e surreale sullo stato dell’amore di una coppia assai stramba, ovvero la Ludmilla detta Lulu del titolo e il suo compagno Lucas. Opera che rifugge una struttura narrativa classica per concentrarsi invece appieno nell’osservazione dei due protagonisti, personaggi fantastici di una realtà onirica o semplici proiezioni delle complessità relazionali poco conta. Un film dove il filo conduttore apparentemente labile va ricercato nell’intensità con cui il regista segue e racconta i suoi antieroi di strada attraverso la bellezza e la tragicità del loro esser avulsi dall'immagine predefinita del mondo come noi (o quasi) tutti lo concepiamo.

6.5

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