Berlinale 63

Recensione Lovelace

Amanda Seyfried nelle inedite vesti di una delle pornostar più note della storia del cinema: Linda Lovelace

recensione Lovelace
Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Era il 1972 quando un film pornografico, destinato a restare scolpito nelle pagine di storia, arrivò nei cinema segnando un record sconosciuto: Deep Throat (Gola Profonda, in Italia curiosamente tradotto come La vera gola profonda), ebbe un successo travolgente, capace di coinvolgere anche un pubblico di massa. David Bordwell ha scritto di coppiette che andavano in sala a vedere il film, incuriositi da questo bizzarro fenomeno. Già nel '70 aveva avuto un "precedente", ma è stato Gola Profonda a lanciare una diffusione delle sale a luci rosse (in Italia, ad esempio) come mai prima di allora. Epicentro di questo sisma destabilizzante era l'attrice principale Linda Lovelace (nome d'arte di Linda Boreman). Catalizzatrice di un costume sessuale libero ed emancipato da una parte, forte delle rivoluzioni del '68, ma vittima di maschilismo e sfruttamento mediatico dall'altra, la storia di Linda Lovelace è triste e amara, molto diversa da quel libertinismo che può apparire a primo impatto.

Linda

Con un procedimento nostalgicamente retrò e vagamente metacinematografico, il film si apre sull'intro di Gola Profonda (non quello originale, ma rifatto ad hoc con Amanda Seyfried). Una carrellata ci svela un cinema: siamo parte del pubblico, parte di un vorace onnivoro di massa, e stiamo trangugiando quel fenomeno popolare del '72, sedendoci a fianco di un pubblico di quarant'anni fa. Stiamo guardando Gola Profonda, alfa e omega della biografia di una donna controversa, combattuta, dalla vita non facile. Un vertiginoso flashback ci porta alle origini: Linda Boreman (una pudica Amanda Seyfried, angelica come una principessina) e la sua amica Patsy (Juno Temple) sono la prima generazione frutto del vitalismo giovanile e dell'inno sessuale del '68. Tuttavia è Patsy la trasgressiva di turno, senza remore a spogliarsi al sole o a ballare in modo provocante su una pista di pattinaggio. Linda è ancora timida e imbarazzata, cresciuta sotto lo scettro del perbenismo della famiglia rigidamente cattolica. L'incontro con Chuck Traynor cambierà le cose: feste sulla spiaggia, falò, chilometrici spinelli e soprattutto party, sesso, e una vita mai provata prima d'allora.

La discesa negli inferi

Il film ci accompagna a ritmo incalzante verso la produzione pornografica in cui Chuck trascina Linda, da allora Linda Lovelace. Il guru del porno, Gerard Damiano, ne fa una stella del cinema a luci rosse. Il primo tempo mantiene caratteri svagati, gioca con i cliché retrò degli anni Settanta, oversatura i colori e smussa gli angoli, fa assaporare una libertà che fa sempre colpo. In altre parole, il primo tempo del film è sostanzialmente un biopic-commedia, fortemente debitore di una caricatura in stile Boogie Nights di Paul Thomas Anderson (non a caso Gerard Damiano ha ispirato la caricatura di Burt Lancaster nell'omonimo film). Arriva il secondo tempo e arrivano i guai. Ed è qua che sta il punto di forza del film: tratteggiare un biopic in modo meno convenzionale, separando nettamente luci e ombre, tenendo tutto il bianco nella prima parte e il nero nella seconda. E' una schermata nera con la titolazione "sei anni dopo" a trasportarci in un pazzesco flash-forward in cui un interrogatorio sarà occasione per un ennesimo flashback. Con questo Linda rivede gli episodi clou della sua vita, che avevamo visto poco prima in ben altro modo, svelando una serie di dettagli di cui non eravamo a conoscenza. E mostrando la tremenda condizione di impietoso asservimento a cui è costretta dal violento e coercitivo marito Chuck. E non si può negare al film l'efficacia di trasmettere allo spettatore le sensazioni di tensione e sofferenza, dipingendo la seconda parte con caratteri acutamente drammatici, talvolta quasi thriller.

Donna, schiava, attrice

La mescolanza dei generi nel film e il continuo salto temporale crea non poca confusione, portando lo spettatore a smarrirsi temporaneamente nei momenti di analessi o prolessi. Colpisce però l'intento dei registi, Robert Epstein e Jeffrey Friedman, e della penna di Andy Bellin, nel dividere così nettamente due parti, sembrando un invito allo spettatore a diffidare della spietata macchina massmediatica e del fenomeno di costume, ricordando a tutti noi il nostro inevitabile ruolo di consumatore. La prima parte diventa così un primo grado di lettura, punto di vista del pubblico, spettacolarizzazione e ignoranza della sofferenza celata al di dietro. La seconda parte, più approfondita chiave di lettura, è il punto di vista di Linda, non solo attrice prima che donna, sfruttata dall'industria pornografica e dall'immagine, ma soprattutto donna vittima del maschilismo violento e prepotente, dell'indifferenza del mondo (paradosso vorrà che saranno proprio i suoi produttori ad aiutarla, e non la sua famiglia) e di un'immagine ormai segnata. I due punti forti del film sono anche i due punti deboli: lo schema bipartito del plot ha i suoi caratteri di interesse non convenzionale, ma rende confusa e sostanzialmente anempatica la storia, di difficile metabolizzazione. La durata rappresenta l'altra arma a due lame: se la sua brevità (circa un'ora e mezza, inferiore alla media dei film biografici degli ultimi anni) aiuta a concentrare la materia del narrato e a non distrarre lo spettatore, la storia risulta tuttavia affrettata. Forse si poteva trovare una struttura migliore rispetto ai continui balzi avanti e indietro che danno l'impressione di voler frettolosamente raccontare il quadretto di turno.

Amanda

Linda fondamentalmente non ha evoluzione: prima è una pudica ragazzina di provincia, poi quasi per magia diventa la regina delle fellatio, quindi si scopre essere una vittima. Evidentemente il film ha trascurato di dare il giusto peso alla sua crescita, racchiusa piuttosto a comparti stagni: prologo, 1T e 2T ci presentano tre tipi diversi di Linda e risulta difficile empatizzare. Non aiuta Amanda Seyfried, la cui bellezza genuina rispecchia bene l'idea del personaggio, ma che non può fare a meno di stomacare a lungo andare, con la sua totale innocenza angelica e il suo eterno super partes. Il personaggio di Chuck ha esattamente gli stessi problemi di quello di Linda, inficiato oltretutto dalla sua riduzione a uno stereotipo senza via d'uscita; l'interpretazione di Peter Sarsgaard non riesce a riparare a un evidente danno di scrittura. Piuttosto marginale il resto dell'apparato artistico, con una consistente eccezione: i genitori di Linda, Mr. Boreman (Robert Patrick) e Mrs. Boreman (Sharon Stone) sono decisamente i meglio disegnati, magistralmente interpretati e specchio di un contrasto solo apparentemente insanabile tra le vecchie e le giovani generazioni.

Lovelace In altre parole, il film aveva tutte le carte per giocare una mano vincente in questa stagione cinematografica. Dispiace vedere un plot molto immaturo, con scansioni temporali nette e brusche, con poco spazio ai personaggi per permettere il loro giusto respiro e l'assunzione di un corpo. Nonostante alcune interessanti intuizioni, i professionisti della produzione non sono riusciti a sviluppare con la giusta empatia una storia che ha in sé tutti gli ingredienti del successo. Limitandosi a concentrarsi sul fenomeno di Gola Profonda prima, e sull'asservimento di Linda dopo. La visione comunque non è scopertamente rovinata e, data la brevità, può risultare discretamente apprezzabile dal pubblico.

6.5

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