Berlinale 63

Recensione Lose your head

Luis è in vacanza a Berlino, ma viene scambiato per un ragazzo greco scomparso tempo prima...

Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Metà del cast e diversi membri della troupe in sala per la premiere internazionale di Lose your head, lungometraggio tedesco ad opera di Stefan Westerwelle e Patrick Schuckmann, sorta di manifesto della nightlife berlinese, scolpita sulle assordanti note della musica elettronica, le luci stroboscopiche confuse delle discoteche, le droghe che ti fanno perdere la testa. Incorniciata da immagini molto belle, con uno spirito figurativo incalzato dalla frequente musica elettronica, l’opening del film faceva sperare molto bene. Purtroppo il pubblico è, di lì a poco, costretto a ricredersi: anche se capace di catalizzare la curiosità e rendersi piacevole, il film è imperdonabilmente segnato da una recitazione bassissima (alla stregua di "recitine" delle scuole elementari) e da una scrittura dilettantesca, gioiosa di stereotipi, cliché, disarmanti convenzioni che, non a caso, facevano spesso ridere il pubblico in sala. Ovviamente i mezzi del film erano molto limitati e i registi hanno avuto buon talento nella confezione tecnica, ammirevole. Peccato che a crollare siano le fondamenta stesse...

Berlin calling

Luis (Fernando Tielve, accolto da scrosci di applausi a fine proiezione) è un ragazzo spagnolo che, in cerca di nuove esperienze, decide di distaccarsi per un periodo dal compagno e fare un viaggio a Berlino. Cerca nuove ispirazioni, nuove persone e luoghi che possano portare un vento di novità nella sua vita. Giusto il tempo di mollare i bagagli nella camerata d’ostello che condivide con due ragazzi cinesi (apparentemente mai usciti da lì in tutta la vacanza) ed eccolo agitarsi in coda per entrare in una delle discoteche più effervescenti della nightlife, dove riesce a procurarsi un’amica e ad entrare. Di lì alla sniffata nel bagno il passo è breve, e da lì al consumo di un parco stupefacenti di tutte le varietà il passo è ancora più breve. Ciò che sembra essere un canonico racconto di formazione borderline, al crocevia con lo sballo giovanile, tuttavia vira bruscamente quando una serie di grotteschi (e poco convincenti) sottotesti irrompono nell’intreccio: tra questi, il “più adulto” Viktor, misterioso e a tratti inquietante, col quale finirà a letto ma di cui contemporaneamente comincerà a diffidare, sospettando che sia legato alla sparizione di Dimitri, il fratello di una sua amica. Il film sfreccia sempre più rapido in un ottovolante dove orientarsi diventa quasi impossibile, tra flashback, salti temporali, eventi stranianti (e perlopiù ridicoli, come la lite che finisce con la mortale ferita sui cocci di bottiglia) e nessi causali logico-temporali di volta in volta più aleatori e sperduti.

Lost in...

Film di sparizioni, incerto tra registi diversi che spaziano dal “trip” (psichedelico e di viaggio) alla formazione, dal film di sballo al thriller, dal mistery alla denuncia, il lavoro interpretativo dello spettatore è chiamato a risolvere la confusionaria matassa di questo nodo di fili narrativi, decidendo se attribuire un valore metaforico in aperta polemica agli stupefacenti o se propendere per un più deciso taglio quasi giallistico, legato alle misteriose sparizioni. Certo il titolo, Lose Your Head, sembra abbastanza chiaro nel sottolineare il generale disorientamento della condizione giovanile nell’Europa d’oggi, intrecciato come una zavorra al diffuso tema queer del film, tanto da pensare quasi alla possibilità di un messaggio di denuncia della società nei confronti dell’omosessualità. Qualsiasi sia il caso, il film resta vago, privo di un’organicità solida e coerente. La sensazione nei titoli di coda è di vuoto e confusione, e anche un po’ di delusione, perché quanto più il film è visivamente e musicamente di buon livello, tanto meno lo sono la regia, la recitazione e la scrittura della storia. Un po’ come avere una squadra di calcio inesperta ma ben vestita, e con un buon inno nazionale. Purtroppo non è abbastanza.

Lose your head Prova strettamente legata ai polmoni della capitale tedesca, quasi film metropolitano, doppia vita di un ragazzo e di una metropoli, entrambi giovani e costretti a mediare tra le loro “ferite”, nel perenne rischio di perdersi. Film a sua volta giovane, con tanta voglia di fare ma con molta inesperienza a minare il risultato. La speranza è che questi giovani registi migliorino in fretta e il prossimo film ci faccia ricredere!

5

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