Recensione Lo squalo 3

Joe Alves, scenografo dei due precedenti film, dirige il terzo capitolo della saga creata da Steven Spielberg: un sequel senza arte né parte con protagonista un giovane Dennis Quaid.

recensione Lo squalo 3
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Nel 1983, con la crescente ondata di titoli realizzati con gli allora contemporanei, oggi rudimentali, effetti tridimensionali, i produttori decisero che era arrivato il momento affinché anche la saga creata da Steven Spielberg adottasse suddetta tecnologia per sfondare ai botteghini. Esce così nelle sale Lo squalo 3 (inizialmente accompagnato dal suffisso 3D), scritto dal grande Richard Matheson (che però ebbe non poche critiche sul risultato finale dell'operazione) e diretto dallo scenografo dei due precedenti film Joe Alves, al suo esordio nella regia (che rimarrà l'unica nella sua carriera). Dopo il netto rifiuto da parte di Roy Scheider di tornare nel suo iconico ruolo, per mantenere una certa continuità narrativa la parte del protagonista venne affidata al personaggio di Michael Brody, il figlio del capo della polizia di Amity, interpretato da un Dennis Quaid alla sua prima prova importante.

La mamma è sempre la mamma

Il Florida SeaWorld, un moderno parco acquatico con tanto di struttura "sottomarina", è pronto all'inaugurazione. Poco prima dell'apertura gli addetti riescono a catturare un piccolo squalo bianco, da mostrare come nuova attrazione. Il nuovo arrivato però muore inaspettatamente, e questo scatena la furia della madre, un gigantesco pescecane di oltre 12 metri di lunghezza. Per vendicare la propria creatura, lo squalo attacca il parco durante una visita guidata, mettendo a repentaglio la vita dei visitatori. Toccherà a Mike, figlio dello sceriffo Brody, e alla sua compagna Kathy, esperta biologa, cercare di evitare il peggio.

Acqua sporca

Quando un'operazione è fatta per guardare semplicemente al botteghino potendo sfruttare i fasti passati, le forzature danno quasi sempre luogo a prodotti di pessima qualità. Lo squalo 3 non può essere considerato il capitolo più brutto della saga soltanto perché il successivo farà ancora peggio, ma si rivela in ogni modo pellicola improbabile e assai vicina ai b-movie involontari. La sceneggiatura di Matheson sulla carta non era così disprezzabile, per quanto le scorciatoie narrative appaiano evidenti; il vero problema però risiede nella messa in pratica del racconto che trova nell'anonima regia di Alves il suo peggior difetto. Con una gestione del ritmo incapace di infondere la giusta profondità ai personaggi, i cento minuti di visione giocano nella prima parte con un soporifero gusto dell'attesa, con la classica "carne da macello" che si salva spesso per un soffio dal mortale morso dell'acquatico villain. L'ultima mezzora invece, nella quale dovrebbe concentrarsi la ovvia componente horror/thriller di genere, finisce per scadere nel ridicolo con l'attacco al parco sottomarino, mai in grado di suscitare un qualsiasi barlume tensivo. E anche le scene che avrebbero potuto donare un certo impatto dal punto di vista visivo sono castrate dall'utilizzo della tecnologia 3D, che nella visione casalinga non rende -anzi penalizza- l'impatto potenzialmente spettacolare. Personaggi passivi e uno squalo che non suscita mai veramente paura mettono la prima pietra tombale su una saga a cui il precedente, discreto, sequel bastava e avanzava.

Lo squalo 3 Joe Alves, storico scenografo dei precedenti film, si dimostra un regista acerbo ed incapace di offrire la giusta continuità alla storica saga del famelico pescecane. Lo squalo 3 si rivela debole sia dal punto di vista narrativo (con personaggi inconsistenti) che da quello spettacolare, incapace di raggiungere la dose minima di tensione e non privo di involontarie derivazioni trash. Quando si suol dire "l'inizio della fine".

4

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