Berlinale 64

Recensione Life of Riley

Alain Resnais consegna ai posteri la sua ultima opera, un dramma dal sapore particolare sospeso tra teatro e letteratura

recensione Life of Riley
Articolo a cura di
Luca Chiappini Luca Chiappini è un divoratore del web, studioso e appassionato di cinema e serie tv, di tecnologia e in generale di tutto ciò che è nerd. Ama viaggiare il mondo attraverso i festival: è stato in giuria della sezione Classici al festival di Venezia nel 2013 e, fra gli altri, è stato ai festival di Tokyo, Berlino e Cannes. E’ anche videomaker e programmatore di siti web, a tempo perso. Cercatelo su Facebook, Twitter, Google+ e LinkedIn.

Anche Alain Resnais se n’è andato da poco. Novantun anni e attivo senza pause, il suo ultimo film è stato presentato in concorso a Berlino poco prima della sua dipartita, ha fatto discutere, ha diviso ma anche raccolto molti consensi. Uno dei più grandi nomi della settima arte, che è rimasto impegnato nel suo lavoro e nella sua passione fino all’ultimo momento, capace di attraversare mezzo secolo di storia e segnarlo profondamente (per quel che riguarda il cinema e, più in generale, la cultura). Noto per i suoi film e i documentari (e soprattutto per le sue forme ibride), ma anche come teorico del cinema e filmologo, spesso imparentato con la Nouvelle Vague (anche se in maniera indiretta, e dire che ne è stato il “padre” è fondamentalmente inesatto). Per riassumere in fatti strettamente essenziali la forza dirompente di Resnais basti pensare al suo esordio registico (un titolo che chiunque ha sentito nominare e in molti hanno visto): Hiroshima mon Amour approda a Cannes nel 1960 mentre dai restanti lidi mondiali giungono I 400 colpi di Truffaut e Il diario di Anne Frank di fattura statunitense. È stato prodotto nel ’59, mentre oltreoceano Billy Wilder dirigeva A qualcuno piace caldo. Sicuramente il cinema di Resnais è stato uno dei più incisivi e debordanti nell’incarnare il concetto di trauma nell’Europa post-nazismo e soprattutto post-Olocausto. Il suo primo cinema è essenzialmente un cinema traumatizzato e cortocircuitico, incapace di parlare - l’incubo e i mostri profetizzati da Picasso si incarnano in usi non convenzionali della musica e del dialogo, in un’esplosione e scardinamento degli schemi narrativi. Lungo una carriera che ha segnato oltre mezzo secolo di cinema, l’inarrestabile Resnais è riuscito a portare a Berlino la sua ultima creatura: Aimer, boire et chanter (“Amare, bere, cantare”), titolo internazionale Life of Riley.

TRA TEATRO E LETTERATURA

Tra vignette e fondali di teatro che si mescolano alla brughiera, nella campagna dello Yorkshire i coniugi Colin e Kathryn (Sabine Azéma, moglie di Resnais) sono nel bel mezzo delle prove per uno spettacolo con la compagnia teatrale amatoriale del luogo. Una tremenda rivelazione sta però per infrangere il pacato specchio d’acqua in cui la coppia, e altre due coppie di amici, vivono in totale serenità. Riguarda l’amico George Riley: gravemente malato, gli resta poco da vivere. A rivelarlo è Colin, medico, alla moglie Kathryn. Ma ignora che la moglie un tempo è stata sentimentalmente e profondamente legata a George, e la shockante notizia rinfocola il sentimento ormai sopito. Nel frattempo la notizia si propaga con facilità tra le altre coppie dei loro amici, correndo velocemente di bocca in bocca e arrivando a coinvolgere tre coppie di amici. Colin ignora i trascorsi amorosi tra Kathryn e George e invita quest’ultimo ad unirsi al loro spettacolo, nel quale l’amico si troverà a corteggiare sul “palcoscenico” (in un sottile equilibrio tra finzione e realtà) Tamsin, moglie di Jack (miglior amico di George), che per tutta risposta sta cercando di convincere la moglie separata da George, Monica, a tornare da lui per il poco tempo che gli resta da vivere (chiedendogli di mettere in pausa la sua attuale relazione con Simeon: “Mettere in pausa? Non è mica un dvd!”). Si scatena così un valzer frenetico attorno a George, improvvisamente al centro delle attenzioni delle tre donne - Kathryn, Monica e Tamsin - e dei precari equilibri delle rispettive coppie con Colin, Jack e Simeon.

TRAPEZISTI IN EQUILIBRIO

91 anni, 19° lungometraggio, decimo con la moglie Sabine Azéma e terzo film che Resnais ha tratto da un’opera del drammaturgo inglese Alan Ayckbourn (il primo è stato Smoking/No smoking nel ’93, seguito da Cuori nel 2006), un’affinità che si riscontra in narrazioni atipiche, giocate sul sottile equilibrio concettuale e stilistico tra realtà e finzione, in cui il gioco delle parti viene continuamente confuso, andando a colpire tanto le diverse forme artistiche (cinema, teatro, canto, a seconda del film) quanto, soprattutto, le dinamiche umane e le relazioni interpersonali in una narrazione che è insieme ironica-umoristica ma con una velatura amara. L’ultimo film di Resnais si svolge per “quadri”, come scene teatrali divise fra loro, preannunciate da vignette della villa di turno come lo schizzo di un dipinto. La natura teatrale fa capolino evidentemente dal fondale coi tendaggi in piena campagna, ma soprattutto nell’impostazione delle singole scene e giocando sulle prove teatrali che la coppia Colin-Kathryn sta effettuando, in cui viene chiamato lo stesso George, dando vita a un cortocircuito tra cinema e teatro, schema narrativo e finzione nella finzione. L’ombra della morte (con i paradossi confusi che genera nell’ecosistema in cui aleggia imminente) è l’ingrediente che permea con maggior intensità l’opera, forse anche troppo. Il film di per sé è confezionato con una cura notevole e Resnais riesce a mantenere lo smalto anche a novant’anni passati. Quel che manca invece è il giusto trascinamento: il film coinvolge poco, è sostanzialmente lento e ha provocato sciami di esodo dalla sala berlinese.

Life of Riley L’odi et amo di fronte a questo film è più radicale rispetto ad altri. L’ombra della tematica della morte si fa forse troppo insistente per il regista - e ad oggi, essendo il suo ultimo film, appare come una sorta di lascito. Tanto di cappello per aver diretto e adattato (con Herbiet e Besset) così bene un film che certamente partiva da premesse non facili, ma gli manca il giusto movimento tra i dialoghi e le singole scene. In poche parole, l’appeal non è così forte, pur essendo di fatto un lavoro a regola d’arte.

6.5

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