Recensione Life Itself

Ritratto vivido e toccante di Roger Ebert, un nome che ha fatto la storia della critica cinematografica

recensione Life Itself
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Roger Ebert, o la vita stessa (Life Itself). La storia di un uomo, storico critico cinematografico americano, Premio Pulitzer nel 1975, divenuto simbolo e volto di riferimento negli ambienti di cinema nonché fautore di un modo ‘popolare' di fare critica, è ripercorsa sul grande schermo attraverso il documentario - lucido e toccante - di Steve James. Al centro dell'opera si muovono tra luci e ombre quelle che sono state la vita e la carriera di Roger Ebert, entrambe segnate da una profonda passione per la scrittura e il cinema e da un incredibile attaccamento alla vita; un attaccamento così determinato e sincero da indurre il celebre critico a non fare mai mistero o a nascondere la fase finale e più complessa della sua personale 'storia', quella della malattia che lui riteneva parte integrante della propria esistenza. Sarà proprio per questa idea 'inclusiva' del dolore che Ebert permetterà al regista James di inserire in questo omaggio alla sua persona le immagini forti dei suoi ultimi quattro mesi di vita, inchiodato a un letto e in gravissime condizioni di salute (una situazione gradualmente acuitasi dopo l'asportazione totale della mascella a causa del tumore) eppure ancorato alla sua tastiera e tenuto in vita non solo dall'affetto dell'amorevole moglie Chaz (sposata a 50 anni) ma anche da quella passione per la scrittura che riaccendeva la fiamma del critico di fronte a ogni nuovo film, a ogni nuovo pensiero da elaborare e che gli ha permesso di firmare di ‘suo pugno' le ultime parole di addio alla vita (il giorno prima di morire Ebert scriverà il suo ultimo post sul suo blog). Ma il documentario di Steve James alterna a quest'ultima fase del critico, malinconica eppure incredibilmente vitale e prolifica, le numerose tappe della sua brillante carriera, includendo in particolare il rapporto controverso ma profondo con il suo storico compagno di critica Gene Siskel. Insieme i due giornalisti condurranno per anni dei talk show di critica cinematografica di grande successo che muteranno i titoli - At The Movies With Gene Siskel & Roger Ebert Siskel & Ebert & The Movies - ma che lasceranno sostanzialmente invariato il format di base, ovvero uno spazio dedicato ai due volti noti per dibattere e confrontarsi (spesso accanitamente) sui loro pareri non di rado dissimili e sul loro diverso metro di giudizio filmico.

See you at the movies

"I was born inside the movie of my life. I don' remember how I got into the movie, but it continues to entertain me" (Sono nato nel film della mia vita. Non ricordo come io sia riuscito a entrarci, ma so per certo che continua a intrattenermi) affermerà Ebert nella frase d'apertura di quello che diventerà il suo libro di memorie, ovvero quel Life itself da cui s'ispira anche questo omonimo documentario di Steve James. L'idea di Ebert secondo cui i film ci aiutano ad empatizzare con gli altri creando un vero e proprio territorio di condivisione; le immagini di un ragazzo cresciuto in fretta e molto determinato che inizierà il suo viaggio nel mondo della scrittura ai tempi del liceo per poi diventare critico cinematografico nel 1967 per il Chicago Sun-Times - testata con la quale collaborerà fino alla fine dei suoi giorni; il suo rapporto di incredibile schiettezza ma anche sostegno che avrà con quelli che poi sarebbero diventati grandi volti del cinema internazionale (Martin Scorsese, Werner Herzog, Errol Morris, Ava DuVernay, Ramin Bahrani); il suo rapporto ‘reattivo' (come lo definirà qualcuno) con il collega e amico Gene Siskel e il suo profondo attaccamento alla famiglia (la moglie Chaz, i figli, i nipoti) sono abilmente ricuciti da James nel collage di una vita straordinaria, animata fino all'ultimo da una vera passione, e per questo portatrice sana di ottimismo e voglia di fare. Una vita che anche di fronte all'ostacolo di una durissima malattia e alla sfigurazione del proprio corpo/volto, resterà salda nel proprio credo di volersi mostrare sempre per ciò che era. Una dimostrazione di equilibrio che in tempi di insane corse alla perfezione, perpetrate contro il normale scorrere del tempo e della vita, appare senza dubbio come il sintomo di grande intelligenza e consapevolezza di sé. Un uomo infine profondamente legato all'idea della scrittura come mezzo capace di sostenere la vita e sostenere in vita, una sensazione che forse comprende appieno solo chi quotidianamente affronta la 'sfida' di questo mestiere (un ibrido a metà tra continua ricerca e ispirazione artistica) con totale determinazione e abnegazione, con la magia di poter scorgere la propria luce verde a ogni nuovo avvio di 'pellicola'. La vita di Roger Ebert, per stessa affermazione del critico, si appaia dunque con grande ardore all'idea della malinconica ricerca del sogno americano conquistato e poi bruscamente interrotto. Al pari del capolavoro fitzegeraldiano tanto amato da Ebert e simbolo incontestato di quel sogno, anche la vita stessa del critico - ci dice Steve James col suo lavoro rispettoso e viscerale - è stata attraversata da un grande attaccamento a ciò che può (a discapito del tempo che se ne va) ritornare ed esistere per sempre. La passione.

Life Itself La vita, assai gratificante e complessa del celebre critico cinematografico statunitense Roger Ebert è ripercorsa dal regista Steve James nel documentario Life Itself, titolo tratto dall’omonimo romanzo di memorie scritto da Ebert stesso nel 2011. Una ricostruzione vivida e in qualche modo lacerante di quelle che sono state una vita e una carriera brillanti totalmente spese per la scrittura, il cinema e l’amore per il mondo. La figura statuaria di un critico che si fonde poi alla caducità dell’esistenza, e che diventa infine omaggio vibrante al senso ultimo della vita stessa.

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