Recensione Life

Anton Corbijn mette in scena gli ultimi attimi della vita di James Dean, un fenomeno effimero passato alla storia per il suo essere scostante, raccontato dalle foto dell'amico Dennis Stock, in cerca dello scoop della vita.

recensione Life
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Si amano certi fenomeni, naturali per lo più, perché è forte in loro il senso di caducità: lo insegnano soprattutto i giapponesi, che dei fiori di ciliegio ammirano proprio il loro essere caduci, il loro durar poco. E quindi li osservano. James Dean, reduce dal successo di Gioventù ribelle, era un fenomeno caduco del cinema americano, della cultura pop americana: scostante, fuori dagli schemi, poco avvezzo agli obiettivi, infilatosi in uno show business che spesso lo ha messo in difficoltà, con il gossip o senza. La sua breve vita, stroncata a poco più di vent'anni a causa di un incidente stradale, l'ha reso caduco, e ha reso il suo un mito effimero e perciò appassionante. James Dean è il protagonista di Life, la storia dell'incontro tra l'attore e il fotografo Dennis Stock.

Gioventù ribelle

Dennis Stock lavora per l'agenzia Magnum e sogna la copertina di Life vivendo i red carpet del cinema, alla ricerca di uno scoop da paparazzo. Diviso tra New York, dove ha lasciato la moglie e il figlio, e Los Angeles, dove il suo lavoro si sviluppa, Dennis incontra quasi per caso James Dean, che sta preparando le riprese di La valle dell'Eden. Un volto scavato dall'inadeguatezza in quel mondo di sfarzo, delle movenze lente, per sfuggire dalla frenesia e dagli obiettivi: Dean colpisce subito Stock, che vuole preparare un servizio fotografico su di lui e conquistarsi la copertina di Life prima che il mondo del cinema potesse scoprire il fenomeno. Una storia vera che Anton Corbijn, fotografo olandese, esaspera, perché bramoso di raccontare la cultura giovanile ribelle, il suo provocare un effimero effetto di durata. Il regista esalta lo spaccato degli anni Cinquanta in America, celebrando allo stesso tempo l'intuizione che fu di Stock nel tampinare Dean, un fenomeno sociale dell'epoca, che avrebbe avviato un nuovo modo di intendere la giovinezza.

Il cast

È quantomai apprezzabile anche la scelta delle parti, perché Corbijn non vuole Robert Pattinson nei panni di James Dean, non vuole che il fenomeno di Twilight vada a raccontare un personaggio che potrebbe emulare e ambire a essere: Pattinson, che ci mette un po' per assestarsi nel suo ruolo, dev'essere il fotografo che brama il suo successo, che rincorre l'attore, che ne perseguita l'esistenza, è dietro il flash, non davanti all'obiettivo. A mettere in piedi, invece, quello scostante attore flemmatico e sempre attaccato alla propria sigaretta è Dane DeHaan, che di giovani ribelli nel cinematografo se ne intende e che riesce ad arricchire l'interpretazione nel giubbotto di pelle di James Dean, inscenando un personaggio sentimentale, puro e adolescenziale, che nel mondo in cui venne catapultato non riusciva a starci a suo agio. Corbijn la studia bene, ma d'altronde non è nuovo a questo tipo di pellicole, perché il regista olandese già in passato, con Control, aveva raccontato le vicende di Ian Curtis, altro idolo tormentato e desideroso di essere narrato in una pellicola flemmatica e drammatica. Con loro nel cast c'è anche Alessandra Mastronardi, nei panni di Anna Maria Pierangeli, una delle donne della vita dell'attore, nella pellicola forse quella che più ne complica l'attimo, più lo fa bruciare col fuoco, capace di essere passionale e sensuale quanto basta per far cogliere il riflesso dell'amore sul volto di Dean, sfoggiando inoltre un ottimo accento americano, quantomai credibile.

Life Life è una dicotomia sull’effimero, è la storia di due persone che si ritrovano in un momento diverso, agli antipodi, della loro vita. Un uomo di talento frenato dal suo essere senza filtro, un ragazzo irriverente, incapace di frenare il suo spirito libero, e un fotografo che persegue un successo nel quale nessuno crede, perché nessuno ha fiducia in questa che altro non è che una dissacrante ricerca di una fotografia mai concessa. Anton Corbijn ricrea tutto al meglio, con le uniche colpe che risiedono in una eccessiva lentezza dello sviluppo e da un incedere che troppo spesso si sposa con le movenze di DeHaan. Che il protagonista sia flemmatico è un bene, che lo sia il film un po’ meno. Da rivedere lo stesso Pattinson, che seppur assestatosi con lentezza nel ruolo che gli compete, è schiavo di un copione che gli chiede di essere incalzante, ma che non lo rende credibile agli occhi del pubblico.

7

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