Recensione Le due vie del destino

Colin Firth e Nicole Kidman nella trasposizione di una storia (vera) sugli orrori della guerra e sulla bellezza del perdono

recensione Le due vie del destino
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Singapore, 1942. Decine di migliaia di giovani soldati britannici vengono fatti prigionieri di guerra dai giapponesi che hanno invaso la città e (non avendo aderito alla Convenzione di Ginevra) dispongono dei prigionieri a loro piacimento. Uno di questi giovani soldati è Eric Lomax (Colin Firth), ventunenne dalla mente brillante e da sempre appassionato di comunicazioni, treni e ferrovie. Assieme a molti altri suoi commilitoni, Eric verrà spedito in Thailandia, per lavorare a quella che diventerà la celebre Ferrovia della morte, un ponte di comunicazione destinato a congiungere i 415 chilometri tra la Thailandia e la Birmania e che assunse quell'infausto appellativo per via dei migliaia di uomini che ivi morirono lavorando in condizioni disumane alla costruzione della lunghissima tratta ferroviaria. E proprio in quel luogo remoto, lontano dalla propria patria e colmo di dolore e di morte, Eric Lomax (assieme ai suoi compagni) sarà testimone e protagonista di indicibili torture - tanto fisiche quanto psicologiche - che lo porteranno nel tempo a costruire quel buco nero/quel black out esistenziale che tornerà poi - anni dopo - a chiedere il conto. Sarà infatti nel 1980, proprio a bordo di uno dei suoi amati treni, che Eric incontrerà l'affascinante Patti (Nicole Kidman) della quale si innamorerà perdutamente e che di lì a poco sposerà. La felicità di quel legame sarà però presto interrotta dal riaffiorare dei demoni e delle terribili immagini che tanti anni addietro segnarono la vita di quel giovane soldato. Scatterà a quel punto nell'uomo la necessità di elaborare il proprio passato e ricostruire la propria vita ripartendo dall'elaborazione degli orrori della guerra ma anche e soprattutto dal valore del perdono. Un perdono forse da concedere perfino al suo torturatore, anch'egli in fin dei conti vittima inerme di una guerra - come ogni guerra che si rispetti - conclusasi senza vincitori né vinti.

Valzer con Lomax

Tratto dal libro autobiografico di Eric Lomax, il film di Jonathan Teplitzky (sceneggiatore australiano qui alla sua terza regia dopo Burning Man e Better Than Sex) si muove su un terreno assai angusto che affianca alla brutalità e alla ferocia della guerra l'incapacità dell'essere umano di metabolizzare l'orrore visto e vissuto cadendo poi in un tunnel nero di drammatica impotenza. A generare, invece, lo slancio necessario per il tentativo di elaborazione e dunque riappropriazione delle propria esistenza interviene qui l'elemento amoroso, quell'input emozionale capace di generare nell'individuo una voglia estrema di riavvio/ripartenza. In quest'ottica, Teplitzky suddivide l'opera in due parti, narrando da un lato la catarsi dell'incontro amoroso e dall'altra il dramma sostanziale della guerra, di uomini ritrovatisi gli uni contro gli altri e costretti a barattare la propria esistenza per l'esistenza altrui. Nonostante il tema, assai denso e pregnante, è proprio nel tentativo di contrapporre presente e passato in maniera non sempre fluida e a tratti un po' troppo didascalica e romanzata, ad alleggerire in qualche modo il peso specifico di un'opera che riporta in scena una pagina di vita tanto tragica quanto edificante. E se da un lato Colin Firth (insieme all'altrettanto intenso alter ego giovane Jeremy Irvine) riescono a segnare lo scarto tra l'orrore vissuto e quello ricostruito/riportato in vita dalla memoria (evidenziando il paradosso di come sia quest'ultimo il più difficile da 'sopportare'), è nella dimensione fin troppo lineare e nella insistita subordinazione della storia al suo presente emotivo che il film non riesce a rendere mai davvero giustizia all'urgenza del suo narrato. Parlando di guerra, di rimozione forzata e di necessaria rielaborazione, era riuscita (ad esempio) a toccare senz'altro corde più profonde un'opera visivamente più scarna eppure assai più lancinante come Valzer con Bashir. È infatti forse proprio nella struttura ibrida e simbolica scelta a suo tempo da Ari Folman piuttosto che nella trasposizione per certi versi troppo canonica di Teplitzky che è più facile inscrivere l'irrappresentabilità di certe proiezioni oscure, da sempre frutto esemplare della follia umana.

Le Due Vie Del Destino Il regista australiano Jonathan Teplitzky sfrutta un cast di grido (Colin Firth e Nicole Kidman in primis) per trasporre su grande schermo l'autobiografia di Eric Lomax (pubblicata in Italia da Vallardi), testimonianza toccante sugli orrori della seconda guerra mondiale ma soprattutto sulla capacità di perdono - subordinata all'amore - dell’essere umano. Eppure, nella scelta di mostrare il percorso di rielaborazione in maniera a tratti forse troppo didascalica e lineare, Le due vie del destino ripercorre l’essenza della storia narrata senza riuscire mai a rievocarne il tratto fondante, l’unicità. Un’opera che poteva senz'altro sfruttare meglio il suo potenziale anche da un punto di vista prettamente analitico/narrativo.

6

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