Recensione Latin Lover

Sei donne ricordano il padre... per Cristina Comencini

recensione Latin Lover
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A quattro anni dal Quando la notte (2011) che vide protagonisti Claudia Pandolfi e Filippo Timi, Cristina Comencini torna dietro la macchina da presa con Latin lover, al cui centro dice esservi la ricerca di una nuova identità femminile, fuori dal conflitto tra donne, la scoperta della libertà di essere finalmente se stesse.
Una vicenda che, in occasione del decennale della morte dell'attore Saverio Crispo, con il volto di Francesco"I milionari"Scianna, vede radunarsi nella grande casa del paesino pugliese dove nacque le quattro figlie, avute da mogli diverse in altrettante parti del mondo.
La francese Sephanie, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, insieme al più piccolo dei suoi tre bambini avuti da tre differenti uomini; la italiana Susanna, ovvero Angela Finocchiaro, clandestinamente fidanzata con il montatore cinematografico Walter, con le fattezze di Neri Marcoré; la spagnola Segunda, incarnata dalla Candela Peña di Tutto su mia madre (1999) e sposata con l'impenitente traditore Alfonso alias Jordi"Bad boys II"Molla; la svedese Solveig, nei cui panni troviamo la Pihla Viitala di Hansel & Gretel - Cacciatori di streghe (1999), che il genitore non lo ha quasi mai visto.
Tutte figlie che non hanno conosciuto veramente il grande padre che ognuna ha mitizzato nelle epoche diverse della sua trionfale carriera e che, in attesa della quinta, americana, riconosciuta con la prova del DNA, si ritrovano affiancate dalle due vedove: l'attrice spagnola Ramona e la prima sposa Rita, rispettivamente con i connotati di Marisa"La pelle che abito"Paredes e della compianta Virna Lisi (la pellicola è in sua memoria).

Tutto su mio padre

Un'accoppiata che, con la seconda impegnata anche a regalare divertenti momenti sulla scia dei grandi comici della sua generazione, risulta la cosa migliore della oltre ora e quaranta di visione insieme al Lluis"Gli abbracci spezzati"Homar che concede anima e corpo all'esilarante Pedro del Rio, stunt che pare conoscesse Crispo meglio di chiunque altro.
Stunt che irrompe nel posto finendo paradossalmente per rappresentare quella celluloide di genere nostrana che fu, veramente valida e sincera e non cialtrona, ipocrita e costruita su lussuose apparenze come l'indiretto personaggio protagonista.
Paradossalmente, perché è proprio in quest'ultima tipologia di cinema che sembra rientrare il film della Comencini, fastidiosamente velato (?) di un femminismo che non è affatto tale (con tanto di gratuitissimo nudo integrale della citata Viitala) e infarcito di banali omaggi visivi ai capolavori del passato, probabilmente in cerca di un tocco di originalità.
Infatti, non mancano, tra gli altri, riferimenti a Il sorpasso (1962) di Dino Risi, a L'armata Brancaleone (1966) di Mario Monicelli, a Un uomo, una donna (1966) di Claude Lelouch, a Divorzio all'italiana (1961) di Pietro Germi, a Ieri, oggi, domani (1963) di Vittorio De Sica e agli spaghetti western di Sergio Leone, con tanto di citazionismo musicale riguardante Ennio Morricone ed i temi felliniani di Nino Rota.
Ma la sceneggiatura, scritta dalla stessa regista con Giuliana Calenda e volta a tirare in ballo anche Claudio Gioé e l'ottimo Toni Bertorelli negli irrilevanti i ruoli del giornalista ficcanaso Marco Serra e del critico Picci, gira a vuoto senza raccontare nulla di interessante e di coinvolgente, oltre a riservare personaggi per lo più vuoti (da un inutile Marcoré alla Bruni Tedeschi insopportabilmente angosciata e isterica come sempre, passando per un Molla che presenta meno spessore di Michele Gammino nelle commedie sexy degli anni Settanta) e una patetica situazione come quella della proiezione, che nelle intenzioni sarebbe dovuta apparire commovente.

Latin lover Tra proiezioni e conferenze stampa, quattro figlie di diverse donne celebrano il decennale del loro defunto padre attore, affiancate da due vedove che furono compagne dell’uomo. Da questo semplice pretesto, Cristina”La bestia nel cuore”Comencini mette in piedi Latin lover, commedia dolce-amara che, al di là delle ottime prove sfoggiate da Marisa Paredes, Virna Lisi e Lluis Homar, si perde in un’infinità di banali omaggi al grande cinema italiano del passato e in situazioni degne di uno spot pubblicitario (citiamo solo la suonata al pianoforte). Con personaggi quasi sempre irrilevanti, ritmo altamente discontinuo e un fastidioso retrogusto falso-femminista.

5

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