Recensione La scoperta dell'alba

Susanna Nicchiarelli e gli anni di piombo in un racconto intimo a cavallo tra passato e presente

recensione La scoperta dell'alba
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Negli anni Ottanta Caterina Astengo (Margherita Buy) e sua sorella Barbara (interpretata dalla regista Susanna Nicchiarelli) erano solo delle bambine. Con i loro occhi di fanciulle ingenue e fedeli agli ideali famigliari e sociali della loro infanzia, Caterina e Barbara hanno visto - in tenera età - sparire dalla loro vita l'amato padre Lucio Astengo, stimato professore universitario misteriosamente scomparso all'indomani dell'omicidio del suo caro amico e collega Mario Tessandori. Entrambi attribuiti alla mano delle Brigate Rosse, l'omicidio di Tessandori e la scomparsa di Astengo si sono lasciati alle spalle un vuoto ideologico e motivazionale mai colmato, soprattutto nelle vite delle -oramai - adulte Caterina e Barbara, entrambe sospese nel limbo di un'esistenza che ha assunto dalla morte del padre in poi il duplice volto di una vita avviata da un moto inerte e sostanzialmente priva di significato. A trent'anni di distanza, però, la morte della madre e la conseguente decisione di vendere la casa al mare, mite custode di gioie sopite e di infiniti ricordi, offrirà un filo col passato tramite il quale Caterina (la maggiore e la più austera tra le due sorelle) tenterà di riaprire la propria vita a una nuova chiarezza. Un segreto custodito in un vecchio telefono con tastiera a disco che riporterà al presente le dinamiche impolverate e rimosse di una stagione che all'occhio adulto della donna ora sembrano svelare tutta un'altra storia.

Una voce dal passato per spiegare il presente...

Sono passati quattro anni da quando Susanna Nicchiarelli esordiva dietro la macchina da presa con Cosmonauta, storia drammatica e nostalgica che sfruttava un complesso microcosmo adolescenziale per rivangare una stagione di forti ideali politici e sociali che conferivano al processo di crescita una durezza e una consapevolezza molto più profonde e spigolose di quelle odierne. Se lì l'occhio adolescente era intrappolato in un presente cui si opponeva strenuamente, qui è invece è lo sciabordio di un presente senza nerbo che accomuna le due sorelle (Caterina vive un'esistenza di cui non riesce ad appropriarsi, mentre Barbara ha relegato nella musica ogni sua capacità emozionale) ad aggrapparsi alle immagini e alle voci di un passato essenziale, in cui si nascondono le chiavi per una maggiore consapevolezza (e accettazione) di sé. La carismatica figura di Lucio Astengo verrà così rievocata e decostruita con la complicità della Caterina bambina fino ad assumere sembianze completamente diverse, e ancora più in là, fino a liberare un dolente trio di donne (inclusa la madre da poco scomparsa) dall'immagine di un capofamiglia apparentemente ma non realmente impeccabile, la cui scomparsa ha coinciso con lo smarrimento d'identità di tutti i (restanti) membri della famiglia. La Nicchiarelli sfrutta l'escamotage fantasy per rievocare un'epoca pregna di scontri ma anche di valori da cui si (di)spiega lo stato di guerra insito nell'uomo e che può indurci a scambiare palloncini liberati in aria per una dichiarazione di guerra (come canta il bel brano in apertura 99 Luftballons). Un film avvolto in buone intenzioni che suo malgrado non riesce a cavalcare. L'incrocio tra la cruenta realtà degli anni di piombo e la leggera fantasia di un contatto col passato, inscrive l'intera opera in una sorta di immobilismo narrativo che diventa, poi, anche contenutistico. Le molte immagini di questa storia sentita ma incapace di veicolarsi, si rivelano infine come piccole maree di sensazioni che ben presto si ritirano, nel continuo rivelarsi di un'alba troppo tiepida per preludere realmente a un nuovo giorno.

La scoperta dell'alba Alla sua opera seconda Susanna Nicchiarelli riprende il filo nostalgico-ideologico lanciato con Cosmonauta, ma l’aspetto naif dell’opera finisce per contaminarne anche il contenuto. A metà tra rievocazione storica di una stagione (simboleggiata dalla ruota panoramica dell’ex Luneur e dal fascino nostalgico dei telefoni a disco) e avventura fantasy in un passato che cela i tasselli più importanti di un’esistenza presente, La scoperta dell’alba (trasposizione dell’onomino libro di Walter Veltroni) è privo di quella carica autoriale (che invece possedeva in parte Cosmonauta) capace di mutare il racconto intimo in un ritratto più incisivo di momenti storici (e personali) a confronto. Un risultato un po’ deludente di cui però va apprezzato il tentativo sperimentale di genere in un panorama italiano che si va conformando sempre si più a se stesso.

5.5

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